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Di poche parole ma non distaccato, semplicemente essenziale, come i titoli del suo album, veloci e immediati. In fondo, forse non serve romanzare per lui, lo capiamo anche dal modo diretto di rispondere: va alla sostanza, al necessario.

Lo abbiamo ascoltato molto in radio con “Cuore“, abbiamo apprezzato la sua ironia che poi si espande in tutti i suoi pezzi. Nelle sue canzoni trapela malinconia e vuoto ma quel vuoto lui lo minimizza e lo rende piacevole.

Durante il live, oltre ai suoi 9 pezzi del disco,  ci stupisce con una sigla di Twin Peaks e sprazzi di Battiato, e molto altro.

Interagisce e stupisce.

C’è un eterno zoppicare qua, non è che so’ mai andato sparato. Quindi è il contrario.

Claudio, ti piace disegnare e inventare personaggi. Tu scrivi i testi e, in una precedente intervista, dichiari che hai sempre lavorato per permetterti la creatività. Ma qual è la fonte della tua creatività? E… nei primi periodi da cosa nasceva? Ha le stesse radici della creatività attuale oppure è cambiata?

Le radici, non lo so… è una cosa che è sempre stata naturale. Da bambino ero magari un po’ solitario, mi estraniavo dalle cose, fantasticavo e, quindi, mi richiudevo in un mondo che era mio. E da lì magari nasceva una canzone, un disegno… ho avuto un po’ quella tendenza. E adesso suppergiù è uguale, non è cambiato tanto.

Magari a livello di fonti proprio, di ispirazione, da cosa parti?

Magari proprio da una sensazione, da un’emozione che provo, uno stato d’animo che ho, diciamo, in un momento. Da lì parte sempre una scintilla creativa che fa venire voglia di sfogarti. Quindi è proprio uno sfogo di un’emozione.

Hai due strade, quindi: una è la musica e l’altra è il disegno. Quale scegli?

Adesso la musica. Il disegno è un bel po’ che non mi ci metto più di tanto.

In “Togliatti boulevard” nomini, volente o nolente, posti come Africa, Spagna, Croazia. Sembra quasi una moda indie nominare luoghi (vedi Frosinone, Riccione ecc.)

Be’, però io sono passato alle nazioni.

Queste nazioni le inserisci in contesti reali, vissuti e nostalgici. In te si sente molta romanità, già dal nome dell’album stesso. Ma anche comunque tanto mondo. Vivi questo aspetto con contrasto o sei riuscito a fondere i due lati di te facendone una ricchezza?

La vivo tranquillamente, non la vivo come una cosa contrastante. Il posto dove sono cresciuto è la periferia di Roma: Roma est, la Togliatti è la via dove sono proprio cresciuto. Poi c’è questo fatto delle nazioni perché a me piace molto, come penso succeda per molte altre persone, viaggiare. Ho viaggiato parecchio: ho vissuto un po’ in Irlanda, sono stato in Giappone, in Thailandia… comunque mi piace la cultura del viaggiare, del conoscere nuove usanze. Poi alla fine torni al tuo quartiere generale, che è la periferia di Roma. E quindi ci sta, riunisco un po’ quello che è il mio piacere di viaggiare al quartiere in cui vivo.

Claudio deriva dal latino “claudicante”. Quante volte ti è capitato di zoppicare? Se e quando hai tentennato, in quali contesti e situazioni è successo?

C’è un eterno zoppicare qua, non è che so’ mai andato sparato. Quindi è il contrario.

Ti è capitato di non zoppicare allora?

No, mai.

Immagino che ti si affibbiano le cose, quando sei piccolo. “Claudio” –  “ah, zoppicante”. Inizi a viverci con questa cosa. E questo un po’ ti entra dentro oppure non te ne importa?

Non mi importa, continui a fare quello che devi fare.

di Claudia, Ludovica, Vittorio, Antonio, Monica

intervista a cura di Claudia

foto di Gianluca David

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