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Francesco Pecs è un cantautore che noi abbiamo incontrato in un contest musicale, “Il Mangiadischi” di Fermo. Siccome è l’unico contest o rassegna che ha fatto, naturalmente Francesco l’ha vinta e non era facile.

È l’unico concorso, o uno dei pochi, a parte “Musicultura” o il premio Ciampi, che secondo me vale la pena fare. È una figata, ti trattano bene. È stata una soddisfazione perché in questo percorso ho incontrato degli artisti pazzeschi, come Superpusher in semifinale; capisco che un cantautore fosse più adatto per il tipo di concorso, ma loro sono dei geni. Poi anche Igor Pitturi e i Kronos in finale. Igor è un amico, andiamo al mare insieme, è eccezionale. Ha fatto un disco adesso, lo consiglio adesso.

Francesco ha vinto tutta la manifestazione, ma ce lo ricordiamo bene anche per il secondo appuntamento all’”Artasylum” di Fermo. Abbiamo suonato fuori e noi eravamo in giuria insieme a Stefano Luciani di Nufabric Records. Il tuo singolo “Le gambe di Letizia” è stato davvero premiato a pieni voti da noi.

Vi ringrazio, mi fa piacere!

Ora parlaci un po’ di te. Chi è Pecs, da dove viene, come ha iniziato a fare questo.

Io sono di Camerano, un paesino vicino ad Ancona, che ha la sindrome della provincia, con tutti i suoi pro e i suoi contro. In realtà ho iniziato a scrivere abbastanza presto con un gruppo che avevo, “Anonima strimpelleria”, dai diciotto ai ventidue anni, dove già ho avuto la fortuna di avere dei matti che mi assecondavano nel fatto di fare solo cose inedite. Il primo periodo della mia scrittura, che per fortuna è in evoluzione ma non si ferma, era principalmente legato alla canzone d’amore, a quel background di cantautorato. Ora mi sono messo ad ironizzare sulle mie ipocondrie, le varie psicanalisi autoimposte e varie cose. Mi diverte, è un tipo di scrittura anche terapico. Quindi ho iniziato a ironizzare anche su queste, su “Le gambe di Letizia”. È una canzone che parla, ridendo, di questo.

Dicci chi è.

È una che effettivamente esiste. Poi il fatto che il nome sia vero o finto, lo lascio indovinare agli ascoltatori. Il discorso legato a quella canzone è che può capitare ad alcune persone, nella vita, di essere molto gonfie d’ansia. Questa ti blocca nelle cose di tutti i giorni. Mi era capitata questa cosa simpatica. Però poi quando uno viene preso da un’altra passione, riesce a dimenticarsene. È il bello della vita, quando non ci pensi.

Noi vi invitiamo ad ascoltare Pecs e a seguirlo su tutti i canali social. Poi il 26 dicembre vi aspettiamo al Caffè La Piazza perché c’è Pecs dal vivo insieme agli amici di Nufabric.

Non vedo l’ora, anche perché quel concerto sarà uno dei pochi, anzi l’unico, da adesso alla fine dell’anno, in cui sarò con la band al completo. Loro sono un dono divino. Venite tutti perché ne vale, spero, la pena.

Ci parli un po’ dei prossimi progetti, di quello che stai preparando?

Avendo avuto la fortuna e il piacere di vincere “Il Mangiadischi” di quest’anno, abbiamo avuto la possibilità di fare un EP al Nufabric. Quindi penso che aggiungerò un mini-investimento per fare due, tre o quattro brani in più. Comunque stiamo già arrangiando il primo lavoro. Che sia un EP o un cd, questo lo vedremo. Siamo, appunto, in fase di arrangiamento e i tempi non sono ancora maturi per dirlo. Però abbiamo dei brani che, secondo me, sono simpatici. Dal punto di vista dei live, il periodo è buono, nel senso che suonerò: questa domenica al Balconcino, che è un’istituzione qua a Torino; a metà mese avrò delle cose più legate ai gruppi studenteschi di Torino; il 15 e il 16 ho degli altri concerti, di cui potrete leggere le informazioni sulla mia pagina; il 30 novembre suono con Gelo, il mio pianista, a Camerano; il 1° dicembre suono a Pisa; il 26 dicembre con voi a Monte Urano.

C’è una canzone, tornando indietro nel tempo, che avresti voluto scrivere?

Ti dico una canzone che consiglio agli altri ma che non sarei in grado di scrivere: Leonard Cohen, “In my secret life”, bellissima.

Qual è il ricordo che meglio descrive il tuo rapporto con la musica?

Un ricordo recente: la finale del Mangiadischi 2018, era un periodo gonfio di pensieri negativi che mi facevano sentire inadatto alle cose a cui più tengo, musica in primis. Poi salgo sul palco, accompagnato dalla band e do tutto, libero e sereno e ne esce un gran bel live. È un ricordo che utilizzo tutt’ora come promemoria al non limitarmi. Ne approfitto per citare i ragazzi che fanno parte del mio complesso: Gabriele Gelo al piano, Francesco Candelieri alla batteria, Davide Ballanti alla chitarra e Matteo Polonara al basso. Sono fortunato ad averli con me.

I resti del nostro amore ancora profumano se t’avvicini, come la buccia dei mandarini. Così cita il tuo ultimo singolo, Mandarini, titolo che rievoca un’immagine sensoriale precisa con cui descrivere, forse più efficacemente, qualcosa di più complesso, come una relazione d’amore. Ma tu quale importanza dai alle immagini? Credi che siano più efficaci del potere delle parole o, piuttosto, le tradiscono?

Domanda difficile. È banale ma vero che conta l’abilità nel rappresentare (piuttosto che l’utilizzo di un media o un altro). Ho pensato a delle risposte molto articolate per questa domanda ma forse è meglio non aggiungere altro.

Ma continuiamo a parlare di Mandarini. Gli occhi dolci e buoni incrociati fuori dall’università fanno pensare a un momento di vita comune di un qualsiasi ragazzo ventenne o poco più, proprio come te. Ci confessi quanto di autobiografico c’è in questo pezzo?

Sono contento se ti sembra una canzone dove molti si possono rivedere, grazie. Di autobiografico c’è molto ma dopo che una fotografia è stata scattata niente rimane se non il file e ognuno lo interpreta a modo suo. L’importante è se lo scatto ti dice qualcosa, ci spero sempre.

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