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Se l’esordio di Motta con La fine dei vent’anni (2016) aveva tracciato un sentiero promettente per la carriera del musicista pisano, il suo secondo album Vivere o morire, rilasciato lo scorso mese, ha confermato la serietà del progetto del cantautore. L’album si compone di nove tracce: essenziale ma esaustivo e chiaro nel suo intento di descrivere la condizione umana del dubbio eterno. D’altro canto, il titolo stesso definisce fin da subito questa direzione tematica. Insomma, se l’album precedente parlava della fine dei vent’anni come di quella fase transitoria in cui ci si sente un po’ in ritardo, con un piede indietro verso la spensieratezza e l’altro proteso a superare il confine e dirigersi verso la maturità e le responsabilità dell’età adulta, Vivere o morirestravolge ogni supposizione: le sensazioni di transitorietà e di sfumatura restano anche a trent’anni. Il dubbio è la veste visibile della perenne sensazione di incertezza e rimane lì, a contemplare la sua stessa condizione. I testi dei brani non danno, infatti, risposte, né l’album ha pretese morali d’insegnamento sui massimi sistemi esistenziali. Il dubbio esiste per non essere risolto: ogni risposta, per quanto auspicata, lo annullerebbe.

Vivere o morire è forse il brano più esemplificativo dell’intero omonimo album. Un titolo importante e impegnativo, che non manca di riferimenti al famoso dubbio amletico del To be or not to be, che trascina ogni vita umana come un pendolo che si muove tra la paura di dimenticare e quella di tuffarsi e di lasciarsi andare. Anche in Chissà dove sarai le domande fanno da padrone: “forse” è un termine che ricorre con una certa insistenza, ricordando come ogni supposizione sia incerta e immaginaria, frutto della mente di chi la produce per cercare di dare risposta a ciò che risposta non potrà mai avere. Il brano si conclude con un verso ripetuto più volte: che stai iniziando già a dimenticare. Anche qui, nessuna situazione consolidata. Quell’iniziare sottolinea una situazione di principio, che deve ancora partire decisa ed avversarsi; d’altra parte, quello del dimenticare è di per sé un processo graduale, che si risolve a fuoco lento. Questa condizione di eterna imperfezione, di un timido abbraccio che non si conclude mai del tutto, è poi ribadita in Ed è quasi come essere felice. Nel brano si parla, appunto, di felicità, un’altra grande condizione dell’essere uomini, su cui sono stati scritti milioni di libri e pronunciate un’infinità di parole.

Motta non risolve la questione della felicità: quel “quasi” è la chiave che gli consente di mantenerne la giusta distanza, per poterla contemplare come in un gesto di timida riverenza.

Infine, La nostra ultima canzone disegna un percorso ad anello, fatto di quelle esperienze che vogliamo pensare siano le ultime per poterle respirare forte, per concluderle e ripeterle poi da nuovo, non importa che si parli di una canzone o dell’ultima sigaretta di Zeno, basta che siano l’ultima e anche la prima.

Insomma, con Vivere o morire Motta non ha messo i puntini sulle “i”, non ha disegnato risposte né esorcizzato la paura del dubbio. Ha solo detto che esisteed è così umano che sarebbe cosa stupida pensare di potercene liberare. Forse è solo così che possiamo davvero accettarlo, dargli un altro aspetto che non sia quello di un invincibile mostro.

Illustrazione Tutti i miei disegni inutili 

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