Intramontabili. Questo è stato l’aggettivo che mi ronzava in testa per tutta la durata del live. Non c’è niente da fare, è la band che riesce a coinvolgere dalla fine degli anni 90 con la stessa intensità del primo giorno. Io me li ricordo ovunque, dai centri sociali ai palazzetti, con la stessa concentrazione e la spontaneità che riescono ad esprimere ogni volta, su palchi piccoli, grandi e piazze.
Il loro sound era già all’avanguardia dagli esordi e le parole dei loro testi restano un mix tra il ricercato, il pungente e il raffinato, e scaturiscono un’invidia positiva perché quelle parole di rabbia, disagio e determinazione le avremmo volute dire noi, nel corso degli anni.
Microchip Temporale è il nome del tour ed è la rivisitazione ed esaltazione dell’evergreen Microchip Emozionale dove ci siamo abbandonati a Strade, ci si incazzava con Colpo di Pistola e si soffriva con Aurora Sogna. Brani, tra l’altro rifatti e riproposti con un condimento indie/pop nel 2019.
Il pubblico a Senigallia è over 35, io mi sento a mio agio, come a una rimpatriata di vecchi amici universitari, che ho incrociato davvero. Ci si ritrova lì, gente che sente l’attaccamento al gruppo e una sorta di presunzione egoistica perché chi ama i Subsonica ha fatto di quei brani lo scandire delle proprie emozioni.
”E sono andata a casa con un pensiero. Se l’aggettivo che li identifica è “intramontabili”, la frase/pensiero che mi porto via è estrapolata da Albe Meccaniche e recita così: “Nell’amara litania delle solite cose ci si può morire sai”.
C’è anche Ensi a dare un tocco di novità. Sale sul palco con estrema dimestichezza, canta, carica il pubblico e manifesta l’orgoglio di essere in tour con la band più figa d’Italia, parole testuali.
Si parte con Ali Scure, si torna indietro come un deja-vu con Istantanee poi un crescendo con Discoteca Labirinto e Il mio DJ, scritta anche da Claudio Coccoluto, che Samuel ricorda con stima e affetto, guardando verso l’alto. Non scende l’energia. Si assaporano sfumature nostalgiche solo sul finire, quando Tutti i miei sbagli è suonata nel modo più dolce e rilassato che ci sia. Ed è in questo momento che il Mamamia, nonostante strapieno, appariva un luogo rilassato e sembrava di stare di fianco a un camino, in intimità, provando una certa commozione. Li vedevo quegli occhi sognanti della gente. Gli occhi di chi ha vissuto la serata del concerto come un susseguirsi di sentimenti e ricordi per quelle canzoni che hanno segnato amori impossibili o vissuti o rabbie implose o fatte fuori.
Esattamente così, siamo qui a manifestare noi stessi, dopo anni difficili, con un nuovo assetto e probabilmente un vera e propria istallazione di un microchip emozionale.
Se avessi avuto modo di intervistarli avrei chiesto: Se negli anni 90 pilotavate un destino romantico (semicit. Radioestensioni), oggi, nel 2022 che tipo di destino state guidando?
E sono andata a casa con un pensiero. Se l’aggettivo che li identifica è “intramontabili”, la frase/pensiero che mi porto via è estrapolata da Albe Meccaniche e recita così: “Nell’amara litania delle solite cose ci si può morire sai”. E questo vale sia per loro che hanno saputo variare e stupire, coinvolgere e trascinare, sia dovrebbe valere per tutti. Reinventarsi e riscoprirsi nonostante tutto, ricominciando sempre da capo, ogni volta che subentra la noia.


