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Siamo una radio e il nostro logo l’ha fatto lui.

Vedete com’è semplice, pulito, essenziale? Non credo di ricordare il nome di un grafico a parte il suo, forse perché lavora con tutto quel complesso musicale di cui andiamo matti da tempo.

Nomi in ordine sparso a cui associamo per forza di cose la copertina di un album: la scritta EVERGREEN con sopra Calcutta in mezzo a un prato; la faccia sfocata di Giovanni Truppi; la pecorella su sfondo rosa di Tutti Fenomeni; la confusione violacea sotto alla faccia di Young Signorino.

Denominatore comune? Forse niente a parte chi le ha progettate. Sono quelle copertine delle playlist “a rotazione” che ognuno di noi ha su Spotify, le condividiamo nelle stories Instagram, le vediamo scorrere e sappiamo tutti che sono figlie del lavoro di Valerio Bulla.

Il ragazzo è cresciuto con la musica e ci è finito per lavorare insieme. Un nome che associamo alla musica diventata mainstream dopo la sciarpa di, appunto, Mainstream; alla 42 Records, a Bomba Dischi, nome che è diventato ormai un vero e proprio marchio.

Lo abbiamo intervistato e sono tuttora stupita di quanto, lasciatemi fare questo gioco di parole, a volte sia facile giudicare qualcuno dalle copertine (lol). Valerio è un ragazzo con le idee chiare, essenziale e preciso come rivelano i suoi lavori, molto interessante il suo percorso che inizia con un gruppo musicale e finisce per farlo diventare un riconoscibilissimo: “grafiche di”.

Partiamo subito con qualcosa che ci riporta alle origini: ci racconti chi sei, dove hai studiato, come sei arrivato a fare il grafico?

Visto che non sono un campione nel parlare di me stesso, parto da cenni biografici un po’ asettici: mi sono diplomato anni fa al liceo classico e mi sono laureato in Scienze Umanistiche. Non essendo mai stato un grande decisionista – soprattutto da giovane – per tutto il liceo e l’università non ero sicuro di saper intraprendere, rispetto ai tanti interessi che avevo, una via unica e perseguirla con tenacia. Soprattutto perché non avevo interessi così socialmente sicuri rispetto all’idea di “poterci campare”.
Parallelamente ai miei studi, nella tarda adolescenza già suonavo in diverse band e mi avvicinavo alla grafica come hobby o per necessità. Iniziai curando ad esempio il design del Myspace (parliamo di preistoria) della mia band dell’epoca.

Una volta laureato ho capito che la grafica era la cosa che probabilmente mi dava più soddisfazione di tutte. Quando ero fiero di qualcosa che producevo – a rivederle oggi anche cagate pazzesche – provavo un senso di soddisfazione simile a quando da bambino risolvevo un problema di matematica. Per questo, a 22 anni credo, ho fatto un corso di due anni in grafica web e stampa. Ho capito che non volevo fare grafica solo per passione ma che era quella la mia via.

Suonando in giro per l’Italia non potevo avere un posto di lavoro fisso perciò ho iniziato subito a lavorare freelance. Prevedibilmente, essendo circondato da lavoratori in ambito musicale, mi sono specializzato su quello.

Tu suonavi in un gruppo, per cui poi hai fatto la tua primissima copertina, da lì sei diventato il grafico di riferimento di un certo tipo di musica: com’è trasporre graficamente le musiche degli altri? Ti basi su quello che senti oppure più semplicemente sul rapporto che hai coi musicisti?

Solitamente, ma non è una norma, tendo ad ascoltare molto l’artista – sperando non abbia idee troppo lontane dalle mie – e cerco di fare quello che credo che il mio lavoro sia, soprattutto in ambito musicale: amplificare un messaggio altrui, traducendolo in modo sinestesico dal senso dell’ascolto a quello della vista.

Conoscendo personalmente buona parte degli artisti con cui ho lavorato, capita spesso di incontrarci o sentirci preventivamente, prima di iniziare a lavorare sul pezzo o sul disco in uscita. Talvolta anche col management, a meno che non ci metta solo in contatto per iniziare. A volte il musicista parte con una sua idea più o meno definita, che può variare dal “so già che voglio sicuramente questa foto come copertina” al “mi piacerebbe una cosa sullo stile di ***** ”. Altre volte ci incontriamo per parlarne e iniziamo a vedere insieme degli immaginari che vorremmo richiamare o evocare graficamente, come se l’idea nascesse insieme e dopo debba svilupparla io con proposte adiacenti ai “binari” che ci siamo imposti nell’incontro.

Altre volte ancora ho libertà completa ed è probabilmente la situazione che, per quanto ogni tanto possa mettermi in crisi, forse tutto sommato prediligo. Avere l’art direction di un progetto comporta una serie di responsabilità in più (scelta del fotografo e conseguentemente dello stile fotografico, creazione ex novo di un immaginario unico e inconfondibilmente legato al progetto etc.).

In questo caso parto dalle basi e chiedo all’artista cosa assolutamente NON vuole. Poi ascolto il disco in loop e parto gradualmente da alcuni elementi, cominciando proprio da quelli più basilari. Anzitutto a quale genere musicale possa essere ricondotto. Per quanto ogni proposta musicale sia diversa è bene attenersi ad alcuni stilemi (se fai Metal, difficilmente userò colori pastello e un logo con font bastoni). Poi cerco di individuare quel che credo che il musicista voglia comunicare. Da lì iniziamo a consultarci con management e artista in questione e cominciamo il lavoro effettivo sul progetto.

A volte mi capita di lavorare per artisti che personalmente non ho mai conosciuto, anche per distanze geografiche, e interfacciarmi più laconicamente solo con la label o il management e sapendo da loro il feedback dell’artista. Mi va bene anche così, se ci si sente e organizza solo via mail, visto che odio usare WhatsApp per lavoro.

Sentirsi dire: “sei il grafico dell’indie italiano” che effetto ti fa? Ti ci vedi in questa definizione o piglia male?

Non ci ho mai riflettuto ma credo mi faccia piacere. Probabilmente è anche merito del fatto che sono cresciuto come grafico con 42Records e Bomba Dischi, due tra le label più in vista del cosiddetto “indie italiano”, con le quali lavoro volentieri e continuativamente. Ovviamente faccio anche lavori per altri generi musicali o in ambiti distanti dalla musica (web, editoria).

Ma non c’è dubbio sul fatto che mi piaccia lavorare come grafico e in particolare nella musica. Questo a prescindere che la musica sia indie, mainstream o qualsiasi altra categoria.

Ci fai una top 3 dei tuoi lavori preferiti.

È banale ma i piacciono così tanti lavori che avvertirei come una mia mancanza averne tre “preferiti”. Spesso mi sembra che il criterio della preferenza precluda in un certo senso quello della conoscenza. È meglio conoscere più cose possibile che preferirne alcune e in un certo senso limitarsi; ci sono talmente tanti aspetti privati nel preferire qualcosa che mi appare sempre un po’ “ottuso” soffermarsi su alcuni elementi a discapito di altri. Tuttavia non mi piace “non rispondere” quindi ti butto giù i primi tre che mi vengono in mente ora, nel senso che mi sembra che l’intero progetto grafico su questi dischi aderisca armonicamente all’aspetto musicale:

Kraftwerk – The Man Machine
Frank Ocean – Blond
Blood Orange – Negro Swan

La tua ricetta perfetta per fare un ottimo lavoro grafico, cosa non può mancare?

Quando si tratta di copertina fotografica, suppongo che la scelta di una foto (già esistente) figa o uno shooting ad hoc all’altezza sia essenziale.

Da un punto di vista più “filosofico”, credo che la cosa fondamentale sia la soddisfazione del musicista e mia. Nel senso che l’importante è che quello a cui siamo arrivati sia centrato rispetto a quello che volevamo comunicare. Che incontri o meno il consenso altrui è già secondario.

Nei tuoi lavori non c’è una linea comune eppure è come se tu avessi un marchio immediatamente riconoscibile, dicci di più.

Quando mi capita di parlare con qualcuno di miei lavori mi rendo conto che è sempre sottile la linea che divide l’idea dell’”avere un marchio di fabbrica” e il “fai sempre la stessa cosa” e di come l’interlocutore possa pendere per il primo o il secondo approccio.

Per quanto mi riguarda, per provare a evitare di scadere nella seconda delle due categorie, quando ho tempo continuo a studiare cose nuove, sia dal punto di vista teorico che tecnico. Penso che il minimo comune denominatore dei miei lavori sia il fatto che li faccia io e ci metta dentro riferimenti che poi filtro con il mio modo di intendere il mondo.

Forse il miglior modo di crescere, per chi come me sta sempre al computer da solo a lavorare, è in qualche modo incaponirsi. Spesso mi dico “finché non riesco a fare quello che ho in mente non mi alzo dalla scrivania”. Nel mio caso un simile approccio paga perché, oltre a lavorare, studio nuovi modi di fare cose che tecnicamente non ero in grado di fare fino al giorno prima. Non ho una particolare forza di volontà nel quotidiano, ma sul lavoro sì. Quindi spero che migliorandomi faccia cose comunque “mie” ma figlie di nuove conoscenze, perciò in un certo senso diverse.

Credo che ogni produzione artistica sia “mia” se fatta da me: naturalmente tutto quello che faccio può far cagare, ma d’altronde in qualunque disciplina in cui uno si espone è così che va.

Facci una percentuale della tua anima: quanto è musica, quanto è grafica, design?

È difficile dirlo ma suppongo 60% grafica e 40% musica. Almeno basandomi sul tempo che posso dedicare all’una e all’altra nella mia settimana-tipo. Tuttavia è molto variabile e oscilla a seconda dei momenti della mia vita: se sono in tour con una band naturalmente la percentuale pende in senso opposto e con un divario molto più accentuato.

Quanto è imbarazzante la parola “creatività”? Andrebbe sostituita con…?

Sembrerà strano ma non mi sono mai ritenuto una persona particolarmente “creativa”. Al di là del fatto che già la parola in sé è un po’ difficile da definirsi, come suggerisci.

Ad esempio, a parte forme più sintetizzate o archetipiche come i loghi, non so disegnare bene a mano libera. Immagino che per qualcuno possa essere piuttosto “grave” come mancanza, anche se la differenza di competenze tra un grafico e un illustratore la ritengo enorme. Questo nel mio caso comporta il fatto che se voglio fare qualcosa a volte devo farlo per altre vie, non solo prendendo una penna e un foglio di carta. Perciò tendo a preferire, almeno per quanto mi riguarda, il concetto di “applicazione”, di “studio”, a quello di creatività.

Mi capita di riflettere su questo aspetto quando vedo alcuni lavori la cui idea di base sarebbe anche interessante ma che a livello pratico non mi appaiono resi correttamente. Laddove, con una buona conoscenza, anche un soggetto non particolarmente innovativo o geniale per una copertina se ben trattato può uscire comunque meravigliosamente.

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