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Serena Abrami è una persona gentile, delicata: questi sono i primi aggettivi che mi vengono in mente quando penso a lei. Me la ricordo bene, anni fa, in un locale quando autografava i suoi CD, dopo il fortunato esordio di “Lontano da tutto”. Sorrideva con atteggiamento discreto, introverso, di chi ha fatto della timidezza una carta vincente, senza mai sconfinare nell’impacciato o nello schivo.
Sono passati anni da quel giorno e credo sia inutile e banale sottolineare i cambiamenti. Chiaramente si cresce, si cambia, accadono cose. Soprattutto prende vita un nuovo album; “Di Imperfezione” si concretizza e diventa realtà a dicembre 2016, sia nelle piattaforme digitali, sia “tattile”. Quando Serena ed Enrico (Vitali) sono stati ospiti da noi a Staradio ci hanno proposto di ascoltare il brano “Forse è culturale”, ed è quello, tra tutti, a cui sono rimasta affezionata, come una sorta di imprinting. La voce di Serena sembra modellarsi alla musica in modo differente in ogni pezzo e si ha la sensazione di visualizzare un’onda in continua metamorfosi.

È gennaio, primi giorni del 2017. Ci siamo incontrate per gli auguri, per parlare, vorrei sapere come ci si sente a un mese dall’uscita ufficiale di “Di Imperfezione” e soprattutto in seguito a qualche live. Serena parla con sicurezza del suo album perchè non è di certo un prodotto improvvisato né tantomeno istintivo ma è un lavoro ben metabolizzato la cui realizzazione si è diluita in anni, con sacrifici, rinunce e imprevisti annessi. La mia domanda poteva sembrare provocatoria, invece era solo ingenua: “Perchè cinque anni per finirlo?” Risponde di getto: “Per una serie di sfighe”, con un sorriso amaro di chi ne ha passate tante ma ormai è andata, è fatta, e ciò che prova è un senso di piacevole liberazione che si mescola alla consapevolezza che le cose potevano essere fatte in modo diverso, con più organizzazione e più risolutezza.

Ma come spesso capita, per fortuna, non tutti i mali vengono per nuocere e le belle energie, quelle cariche che hanno la capacità intrinseca di giusta canalizzazione, nella musica e nelle varie forme d’arte, non risultano mai disperse; infatti proprio in quel lasso di tempo c’è stato spazio anche per il progetto “BankeyMoon” a cui io sono particolarmente legata. I due progetti si alimentano e si arricchiscono a vicenda, con sinergia e ritmo emotivo.
“Di Imperfezione” non viene mai abbandonato e prende forma momento dopo momento, a Londra (con Steve Lyon), a Torino, in studio di registrazione. Insieme a Enrico Vitali, Serena cura la linea artistica tranne in tre brani.

E’ un album meraviglioso, sono rimasta affascinata dalle parole e dalla voce con cui si dicono, chiaramente. Ma lì dentro c’è molto altro, infatti grazie a molte cooperazioni, l’album mi fa pensare ad una famiglia, o meglio, ad una casa che ospita persone, ognuna delle quali arricchisce l’incontro, aggiunge componenti, interviene con il proprio contributo artistico. Infatti, oltre ai musicisti del gruppo (Enrico Vitali, Mauro Rosati, Marcello Piccinini), hanno partecipato personalità e professionisti di altri settori. Il pezzo “Credo” è stato scritto insieme a Luca Ragagnin, scrittore torinese, autore di romanzi, poesie e testi teatrali. In “Via di Casa” l’attore Paolo Briguglia interpreta uno scritto di Francesco Ferracuti. Enrico Tiberi, invece, ha riarrangiato, mixato e riscritto con Serena “Chiudi gli Occhi”. Quindi, in questo ipotetico meeting tra amici si attivano varie originalità, si mescolano talenti, ognuno mette del suo a seconda del proprio estro, con i giusti tempi e con spazi calibrati. L’album appare così positivamente contaminato da vari generi e non annoia, non può farlo, viste le tematiche toccate e lo scorrere di suoni che vibrano in maniera imprevedibile, con un risultato che stupisce, con una musica, nella sua totalità, mai imperfetta, nonostante il titolo!
Claudia Paolucci

Foto di Alessio Beato

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