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Paracetamolo è il terzo singolo del nuovo album di Calcutta, uscito lo scorso mercoledì 16 maggio, a conclusione di un percorso di rilascio di altri due singoli, prima Orgasmo e poi Pesto, che hanno anticipato alcuni contenuti dell’ultimissimo e tanto atteso album Evergreen. Se è ancora presto per poter giudicare l’album e confrontarlo con l’esperienza musicale passata del cantautore, Paracetamolo è senza dubbio un ottimo spunto di partenza per un altro di quei percorsi tematici a me particolarmente cari. Perché, diciamocelo, il titolo non passa di certo inosservato, ma stimola la curiosità verso l’ascolto del brano. A me ha subito richiamato alla mente anche altri due pezzi che, per quanto diversi tra loro, pure s’ispirano a qualche famoso farmaco. È così che ho disegnato questo filo rosso che li unisce e che, allo stesso tempo, crea un legame molto forte tra la musica e la medicina, entrambe con l’importante vocazione di dare una cura, un sollievo alle noie fisiche del corpo, intrecciate a quelle invisibili del cuore.

Calcutta – Paracetamolo


Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due, diventa 1000?

Sì, forse lo sapevamo quasi tutti, eppure tutto ruota attorno a questo incipit. L’insistenza su quel “mille” si ritrova, infatti, in tutto il brano. È proprio questo termine a racchiudere il continuo passaggio dal corpo al cuore, dalla cura del dolore fisico a quello dell’anima: “mille” non indica solo il dosaggio del farmaco, ma anche la velocità a cui batte il cuore. Poi entrano in gioco le pupille: parlano, nel senso che tradiscono quel qualcosina, quel sentimento timido che si nasconde dietro l’iride dell’occhio innamorato. Non è un’immagine a caso, questa: Calcutta si è ispirato a un fenomeno scientificamente provato, secondo cui l’attrazione fisica verso un’altra persona provocherebbe una leggera dilatazione della pupilla. Infine, le tonsille, curate dal paracetamolo del Duomo di Milano, città di cui Calcutta ci aveva parlato anche nel suo album precedente, dove veniva tristemente paragonata alla corsia di un ospedaleda cui fuggire. Insomma, l’associazione di questa città con l’ambito medico si ripete di nuovo. Casualità?

Samuele Bersani – En e Xanax

En e Xanax non si conoscevano prima di un comune attacco di panico.

La canzone racconta la storia di due personaggi: da una parte, la figlia di un’americana trapiantata a Romae dall’altra il figlio di una prostituta disoccupata. Sembrerebbero non avere nulla in comune, se non l’ansia, quella che, ironicamente, benedice la loro unione. La loro storia d’amore non è di quelle che filano lisce: le difficoltà psicologiche ed emotive si ritrovano nelle loro litigate al telefono, così forti che avrebbero potuto fermare anche il traffico di New York. Ma poi subentra il potere magico dei farmaci che, improvvisamente, regalano loro quella pacifica tranquillità in cui i battiti cardiaci si sovrappongono, battono piano all’unisono e le palpebre si chiudono al sonno. E dalla cura del farmaco, si passa poi a quella delle persone: nel brano l’En e lo Xanax si mescolano all’identità dei personaggi, perché è in loro che si nascondono il sollievo reciproco e la forza di lottare come dei giganti contro ogni dolore.

 

I Cani – Lexotan


Il ritmo è martellante, il contenuto del testo semplice e lineare, il messaggio che trasmette positivo. Il titolo del brano assume un significato negativo, in quanto non è il Lexotan la soluzione alla tachicardia e a quel non stare meglio per “niente”, parola che pure si ripete con una certa insistenza, quasi a ribadire la gravità dello stato delle cose. C’è, quindi, una specie di ribaltamento: ciò da cui tutti ci aspettiamo qualcosa, in realtà viene accantonato come soluzione meno appropriata. La chiave al problema si trova, piuttosto, nella felicità, che Contessa definisce come nostra, cioè innata nell’essere umano. Non è la Felicità in grande, quella lontana e forse irraggiungibile, ma è quella quotidiana, fatta di contraddizioni e, quindi, più reale.

Illustrazione Tutti i miei disegni inutili

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