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Esiste un sentimento strano che assale l’essere umano alla fine di un concerto, un sentimento strano che vacilla tra l’adrenalinico senso di immortalità, quello che ci fa venir voglia di spaccare il mondo, e quel senso di smarrimento, pesante come piombo fuso nello stomaco.
Io questo sentimento l’ho provato alla fine del concerto di Francesco Motta, ieri sera al Container di Grottammare. Uno spettacolo magico fatto di ritmo e parole. Un artista che non ha paura di mostrare genuinamente il suo spirito al pubblico.
Ogni singolo brano dei 12 in scaletta sembra rappresentare un capitolo di un ipotetico Manuale di sopravvivenza per neo trentenni, alle prese con il disagio della crescita e del raggiungimento dell’età adulta. Motta canta “La fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo” ma in fondo siamo nel posto giusto al momento giusto, stiamo percorrendo il nostro percorso esattamente come dovremmo: la paura di crescere, i mille dubbi che affiorano la nostra mente, tutti i “e se fosse andata diversamente?”, è tutto parte del gioco e questo lui lo sa. La sua musica ci spinge a metterci in gioco, ad apprezzare la nostra paradossale natura di esseri umani fragili e forti allo stesso tempo, a rendere grazie a coloro che ci hanno dato la vita e che, nonostante tutto, ci sostengono sempre.

La sua musica ci spinge a metterci in gioco, ad apprezzare la nostra paradossale natura di esseri umani fragili e forti allo stesso tempo, a rendere grazie a coloro che ci hanno dato la vita e che, nonostante tutto, ci sostengono sempre.

Cosa dire di Francesco Motta? Uno spirito riflessivo e un po’ maledetto ma anche divertente e dinamico. Di poche parole ma senz’altro in grado di catturare e di contaminare il pubblico con la sua energia vitale. Un artista che ha a cuore il divertimento ed il coinvolgimento dei suoi fan e che dimostra continuamente e con orgoglio il suo affetto per i musicisti che lo seguono in questo tour che sa più di vacanza di famiglia.
E’ difficile poter riassumere in poche parole ciò che è accaduto su quel palco ieri sera. Tante persone, un unico coro unito. Il bello dei concerti è anche questo: ci si guarda intorno, circondati da estranei che esternano le loro emozioni noncuranti di ciò che possono pensare gli altri, ma quando gli sguardi si incontrano ci si sorride a vicenda e si comprende di quanto sia potente la musica, di come sia in grado di curare lo spirito e tenere lontano tutto ciò che di negativo ci affligge.
La chicca della serata, vedere Francesco Motta che incita il pubblico a mettere da parte i cellulari e godersi il concerto e battere le mani tutti insieme. Chapeau.
Aria

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