Category: Band, Blog, Interviste, NewsTag: , , , ,

Al Mamamia domenica sera nemmeno volevo andare. Ho passato le ultime settimane a sentire “Hype Aura” il disco dei Coma Cose uscito il 15 marzo, intervallandolo con ascolti casuali, nonostante i pareri discordanti a me questo disco è arrivato subito. 

“Via Gola” mi ha parlato di quanto sia difficile affrontare la rabbia senza annebbiarsi il cervello con qualche sostanza perché “qualcosa ci è volato via dalla gabbia toracica”. Capito? Come si può rimanere indifferenti?

Quindi alla fine sono andata. Io e la gang di Staradio. 

Lei ha i capelli “così corti che quasi le leggevi i pensieri”, lui ce li ha più lunghi e un cappellino in testa. Siamo pescecani ci dicono, l’uomo è il nostro unico predatore. 

Di cosa parlano i Coma Cose? Tutti questi giochi di parole e questo loro flow divertente e serratissimo per dire? 

Non c’è nient’altro che quanto sia difficile esistere, amarsi e resistere in mezzo a tutto quello che a molti sembra banale ma che a loro invece fa male. Anzi no, fa male a tutti noi ma non riusciamo ad ammetterlo perché siamo troppo impegnati a posare, a far vedere che siamo molto più di quello che siamo irl, “in real life” come dite voi che fino a ieri smanettavate su internet come anonimi puntini che non siamo altro. Insomma il vero nemico sono io quando ho un telefono in mano. 

Si tratta di sopravvivenza. Si tratta di avere vent’anni, partire da lontano senza niente ed arrivare a condividere i palchi. Si tratta di vivere leggeri senza farcela mai se non in rari momenti tipo “guardando il mare di notte” pensando “che è tutto buio là sotto” dice Francesca Mesiano sul palco e sembra che lei, insieme a lui, abbiano capito qualcosa che a noi è sfuggito ma che stiamo ancora cercando.

I Coma Cose si vestono uguale e ci dicono quanto sono fortunati ad essersi incontrati, ad essere riusciti a far combaciare il loro essere al loro progetto.

Entrano sul palco che è uno shuttle sul quale scorrono grafiche coloratissime, acide, a tempo con la musica: “comunque vada all’inizio alla fine saremo solo io e te, non preoccuparti se hai paura”. 

Parte un live energico dove non puoi stare fermo, tutti urlano le loro punch line e loro ti coinvolgono, sono bravissimi, sicuri, si sorridono complici e dicono al batterista: “come come?”

PUM PUM CHA. 

Loro sono così, non è una performance e lo percepisci.

La semplicità di quello che vogliono dire a volte sembra banale, ma “Hype Aura” è un disco potentissimo e non si può prescindere da questo. Sono stati capaci di restare autentici, di incastrare rime tipicamente rap con un’estetica pop tutta metropolitana, milanese e al contempo provinciale.  

Non si può non cedere alla tentazione di andare in giro con una t-shirt con scritto: “oggi tutto bene sì ma domani-comio”. Sono qualcosa di unico, mettiamoci l’anima in pace e andate a vederli. 

Ah! Poi Monica gli ha fatto anche delle domande: 

“Hype Aura” è il nome del vostro nuovo progetto. Quanto vi sentite simili e quanto diversi rispetto ad Inverno Ticinese?

(Fausto) Secondo me è una fisiologica evoluzione di quello che è stato un po’ il nostro percorso. “Inverno Ticinese” è di un anno fa, c’erano altri grilli per la testa. Noi siamo abbastanza trasparenti, quindi abbiamo sempre la necessità di fare le cose molto velocemente, perché vogliamo essere molto rappresentati da quello che facciamo. La nostra più grande paura è andare molto lunghi da quando si scrive un pezzo a quando esso diventa in essere. Perché se passano cinque, sei, otto mesi… (Francesca) perdi un po’ il momento. (Fausto) Quindi non saprei risponderti. Sicuramente quello rispondeva a una necessità e questo ad un’altra, però penso sia tutto parte di un fisiologico percorso, sì.

Qual è il brano di quest’ultimo progetto a cui vi sentite più legati, e perché?

(Francesca) Io credo, forse, “Mancarsi”, che è quello che mi ha emozionato di più, mi emoziona sempre un po’ quando la canto. Mi ricorda la prima volta che l’ho cantata e ho avuto un sussulto. Poi racconta di noi in maniera un po’ più profonda. (Fausto) Sì, è un po’ il nostro percorso. Ma in generale tutto il disco “Hype Aura” è una sorta di fotografia per chiudere l’album. Noi sentivamo il bisogno, dopo tutti questi singoli che sono usciti un po’ a rotta di collo, di fare un disco e chiudere, fotografare una volta per tutte ciò che siamo. Quasi come una cosa psicanalitica nostra. E forse quella canzone è un po’ la bandiera di tutto il disco. Noi siamo venuti da niente, in due anni è successa tutta ‘sta roba qua e mo’ che si fa? È questo il grande interrogativo, quindi la paura di “Hype Aura”, ma anche tanta speranza e tanto ottimismo per un ignoto.

Infatti, a proposito di “Mancarsi”, dato che l’avete nominata, e di paura. In questa canzone la paura assume un significato positivo…

(Fausto) Sì, assolutamente. Io faccio sempre il paragone con un bambino al primo giorno di scuola. Tu arrivi e hai paura, dici “oddio, cos’è questa cosa?”. Quindi, passi dai giocattoli ai banchi, alla maestra. Però sei allo stesso tempo attratto ed entusiasta. Sai che inizi una cosa nuova, che sarà anche duratura, quindi hai paura, ma è una paura che ti intriga e che ti spinge a migliorarti. 

Invece, perché, al contrario, affermate che sia brutto avere vent’anni? Che ricordo avete voi di questa età?

(Francesca) Secondo me si tende un po’ a ricordare la malinconia della giovinezza, perché poi il cervello salva automaticamente solo il bello delle cose, le cose brutte tende a cancellare. Però, secondo me, se uno scava poi nel profondo il ricordo e si ricorda davvero come si stava a vent’anni, almeno io non stavo benissimo. È tutto molto caotico e ancora non sai bene gestire le emozioni, le situazioni, eccetera. Io ho questo ricordo qua: di molto caos, ecco, caos emotivo. (Fausto) Sì, sicuramente dire “che schifo avere vent’anni” è una frase forte. Va automaticamente in controtendenza forse con la mitizzazione della gioventù, però in realtà, noi la sentivamo nostra in qualche modo. C’è tanta ironia in questa frase, però alla gente è arrivata come volevamo. E quindi si vede che è qualcosa che tanti volevano urlare, a un certo punto. Quando hai vent’anni è tutto figo, il mondo è nuovo, è una figata. Però allo stesso tempo, cazzo, quanto eravamo goffi, quanto eravamo sfigati, quante illusioni, che poi non devono diventare disillusioni, bisogna continuare a spingere, a lottare per i propri ideali. Però il mondo cambia e ti accorgi di cosa è la politica, di cos’è il lavoro. E quindi a volte dici “cazzo, pensa a vent’anni quanto ero rincoglionito”. Quindi è questo, voler comunicare questa sensazione. 

E così, per concludere, una domanda a freddo: rustichelle o focaccine?

Focazza? Si, si assolutamente Focaccina!

 

di Elisa Fosco e Monica Bottaluscio

Pic Gianluca David

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *