Volevo dire che per tutto il Mi Ami 2019 non ho mai toccato il cellulare. Detta così sembra irrilevante, invece è una cosa che, a un certo punto, ho notato. Non ho avuto la necessità ansiogena di controllare il cellulare o di cercarci qualche gratificazione. Ero troppo occupata a guardare tutto, ad ascoltarlo bene, a ricordarmelo. Avevo addosso la sensazione della prima ed ultima volta.

Capito come?

 Avremmo potuto compilare l’ennesimo report sul festival della musica importante a Milano. Tipo raccontarvi di quanto poco fiato fosse rimasto sotto al live di Speranza, di quanto è brava Margherita Vicario oppure di quanto sia stato assurdo scoprire Mike Lennon. Oppure potremmo dilungarci sulle polemiche circa la presenza di Emma Bonino e – ops! che coincidenza sulla stessa frase – dirvi la nostra su quanto sia scorretto Pippo Sowlo (che comunque mica c’ha ammazzato il cane), invece abbiamo deciso di raccontarvi solo questo:

Sopra e ai lati dei palchi wall e proiezioni in cui scorrevano punchline delle canzoni dei gruppi presenti al festival: stupendi, sopra l’azzurro fluo della grafica di quest’anno, tra cuori serigrafati, a rotazione potevi trovarti davanti a un ti direi che sono qua per caso oppure sorpresina baby, come se non bastassero i feels della musica sentita sotto a quegli stessi palchi.

Mi Ami, ancora. Che a pensarci “Mi Ami ancora” – scritto senza virgole – è stata la versione invernale del Mi Ami per qualche anno e c’ero anche andato, l’ultima volta che l’hanno fatto, c’erano I Cani, i Boomdabash, i Soviet Soviet, i Be Forest, gli Albedo e altri. Comunque ho già divagato, volevo dire: 25-26-27 maggio 2019, Mi Ami, ancora, per la quindicesima edizione del festival punto di riferimento per pubblico, curiosi, blogger, influencer, musicisti, addetti ai lavori, artisti, wannabe itpopper, fanboy/fangirl vari o gente che non si sa per quale motivo sente di doverci essere.

Il motto del Mi Ami 2019 è sfrontato: AMOR VINCIT OMNIA, come a prevedere che a qualcuno non andrà bene qualcosa e allora avremo già la risposta: AMOR VINCIT OMNIA.

O forse il fatto è che più di una cosa è già andata male in molti campi ed è sotto i nostri occhi e il Mi Ami 2019 ha voluto provare a ribadirlo che AMOR VINCIT OMNIA. A prescindere dal nome del festival che può essere una domanda ma anche un ordine.

È lo spirito del Mi Ami, è il senso del Mi Ami, se sei arrivato oggi dobbiamo farti capire che queste sono le regole. Senza compromessi. O meglio, al contrario, con tantissimi compromessi, una vagonata di compromessi. Perché realizzare un festival – come realizzare qualsiasi altra cosa, forse, ma ora parliamo di festival – è una battaglia. Èd è sicuramente una battaglia con sponsor, burocrazia, questura, service, artisti, amministrazioni, uffici comunali, booking, produzioni, etichette, uffici stampa, giornalisti, arrivisti vari che vogliono entrare gratis.

Ma la battaglia vera, la più difficile battaglia del fare un festival, il compromesso più difficile, è con se stessi. La battaglia è tra il festival che hai in mente e quello che riesci a realizzare. Che a volte è meglio, a volte è peggio, a volte fai fatica ad avere in mente qualcosa di preciso hai solo indizi o suggestioni, ma realizzare un festival è un atto d’amore e in quest’atto d’amore c’è l’energia per poter sopportare tutte le battaglie di cui sopra. Anche quella con se stessi, con il proprio ideale di festival, che bisogna essere forti, per convivere con la consapevolezza che si potrebbe fare meglio, di più, per tutti. Che ci vuole amore per seguire quell’indizio o quella suggestione, che ti fa dire che se i Prozac+ un giorno dovranno risalire su un palco insieme, allora lo faranno sul Pertini – e poi lo hanno fatto davvero, lo scorso anno.

Per questo AMOR VINCIT OMNIA. Per le 100 persone che un anno prima hanno comprato un abbonamento ad occhi chiusi. Per il sedicenne che non sa cosa sia il Magnolia, né il Mi Ami, né Rockit, né tantomeno questo carrozzone colorato che i giornalisti chiamano “musica indie” però il suo compagno di banco gli ha fatto ascoltare una canzone su Spotify di uno che spacca che suona venerdì fuori Milano e allora andiamo, chissenefrega chi è, dov’è e perché è stato in galera, l’importante è qui e ora, io e te, al Mi Ami, anche oggi, anche quest’anno, perché AMOR VINCIT OMNIA.

Quindi, dicevamo, è una storia di amore, di intuizioni e suggestioni da seguire, di battaglie e di compromessi. E su questo ci siamo. Ma è anche una storia di coraggio e di continuità. Il Mi Ami è per tutti, è democratico, perché che tu sia stato presente a tutte le edizioni finora o che sia la prima volta che entri al Mi Ami, sei comunque il futuro del festival, sei l’essenza del festival, senza di te il festival non esisterebbe. Il target è quindi ogni anno più variegato.

AMOR VINCIT OMNIA perché il Mi Ami ha diverse anime e nulla vieta che possano convivere tutte insieme. Certo, dispiace che la domenica – il giorno con la programmazione musicale che punta più su progetti di qualità e meno su avant-pop o roba situazionista – come prevedibile sia molto meno trafficata dei due giorni precedenti ed è un peccato che un certo filone musicale abbia decisamente meno seguito di progetti più leggeri, istantanei e immediati. Ma allo stesso tempo dispiace il distacco assoluto tra due generazioni, una sfumata e indefinita che si sente additata di responsabilità che non vuole prendersi, un’altra altrettanto sfumata e indefinita ma in più un po’ repressa perché quelle responsabilità che non voleva prendersi alla fine gli sono comunque cascate addosso.

La questione, come molti spesso ripetono in questi casi, non è anagrafica, o meglio, non è solo anagrafica. Servirebbe un sociologo, anzi una squadra di sociologi per dire meglio questa cosa, ma per ora basta ripetere che ci vuole amore, intuizione e molto coraggio per provare a fare un festival in grado di accogliere queste due generazioni dalle anime così diverse, che si levano così pochi anni ma che in realtà sono così tanti.

I Coma Cose che vengono dal niente e vogliono tutto; Giorgio Poi e Calcutta che cantano la musica italiana; Franchino 126 che è romantico più di ogni altra cosa. Gli Psicologi che, con quella faccia da bambini, ci hanno fatto cantare tutti, tutti, anche chi tra il pubblico aveva ancora l’apparecchio ai denti. C’erano eh, giuro.

I Sxrrxwland e Massimo Pericolo alla stessa ora, porcod**o il fastidio. Inadatti animali da palco ma ineccepibili entrambi. Il palco retro con Urali e Giungla a ricordarci che forse quello doveva chiamarsi palco “rarità”. D’improvviso trovarsi intossicati da Ketama126 e i suoi.

Catapultarsi al sabato per beccare il festival di San Borealo, sul palco grande Auroro che entra in scena ogni volta vestito da qualcosa. Venerus & his orchestra raffinato, diverso, necessario. Mahmood tipo che fa esplodere la collinetta senza nemmeno arrivare alla terza canzone per poi cantarci Calipso con Sfera Ebbasta. Perchè a un certo punto c’era Sfera e subito dopo Guè Pequeno. Non ce lo siamo immaginati eh, ci sono stati davvero. M¥SS KETA seee vabbè pazzeska.

Ognuno può viversi il Mi Ami che vuole, allora si preferisce magari il WeRoad (ex palco MI FAI) al Tidal (il main stage, ovvero il palco Pertini), si va incuriositi a sentire gli Psicologi invece di ascoltare per l’ennesima volta un Aimone Romizi che continua comunque a dimostrarsi un animale da palco scenico.

Poco importa se Diploma, il primo brano della breve – brevissima – scaletta del giovane progetto romano, viene eseguito quattro volte consecutive, interrotto a metà per problemi forse di audio, di tensione oppure di autostima. Il pubblico urla questi versi storti, di un’ingenua consapevolezza sorprendente e ti chiedi come sia possibile che questi due ragazzini (Drast e Lil Kaneki) riescano a comunicarti così tanto, con una semplicità a tratti banale a tratti esaltante, a te che hai dieci anni in più e non dovresti farti impressionare da delle cose così leggere e al tempo stesso così provocatoriamente profonde sarebbe meglio essere superficiale / smettere di pensare, divertirmi poi morire che non è altro che esistenzialismo da poser su instagram e gli Psicologi non sono altro che una lovegang che fa il liceo invece di aver lasciato la scuola dopo il biennio al tecnico o professionale. Una borghesia cazzona, dei figli di papà il cui padre è però in galera.

Se uno degli emblemi di questo anomalo venerdì al Mi Ami 2019, insieme a Massimo Pericolo, Speranza, Ketama e Franco, sono proprio gli Psicologi appena maggiorenni, l’altra anima di questa quindicesima edizione del festival, non opposta ma complementare, è la chiusura della domenica affidata a Luca Carboni, che forse meglio di altri potrebbe non essersi scordato cosa vuol dire avere diciott’anni, Luca eterno ragazzo, Luca che si buca ancora, insomma sempre Luca lo stesso, che sia sul palco con Dardust (skrt) e Giorgio Poi oppure con la band che lo accompagna da oltre trent’anni.

E vista così, detta così, Luca Carboni e gli Psicologi sono molto più vicini di quanto possa sembrare e forse, dico forse, anche il pubblico de l’uno e dell’altro possono essere vicini, possono stare sotto lo stesso palco e allora AMOR VINCIT OMNIA è questo e questo, forse, è il senso della quindicesima edizione del Mi Ami.

Silvia lo sai, lo sai che / gli psicologi non curano l’ansia.

Queste parole d’amore genuino e patetico sono di Elisa Ics e Vittorio
La foto è di Silvia Violante Rouge

Ah, un’ultima cosa: grazie, Carlo.

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