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Le nostre guerre perdute de La Municipàl è da un po’ di tempo una di quelle cose che, come la colazione al mattino, fanno parte della mia quotidianità. Ammetto di aver scoperto quest’album parecchio tempo dopo la sua uscita, eppure ha fin da subito stabilito con me un legame indissolubile.

È l’album di chi ha combattuto tante faticose guerre per salvare una relazione dal suo triste e inesorabile epilogo, senza mai uscirne vittorioso; di chi ha a lungo coperto con una benda i propri occhi per proteggersi dai mostri dall’evidenza. Di chi è ora abbastanza maturo per affrontare le proprie incertezze passate, per liberarsene e uscirne, pertanto, vittorioso.

Ogni brano è la presa di coscienza dei fallimenti del proprio passato e il rito di esorcismo per sentirli meno minacciosi nei confronti del futuro. Sono i fallimenti di chi non ha avuto abbastanza determinazione per lasciare la propria provincia leccese e raggiungere gli amici veri che vanno a lavorare al nord, di chi aspetta le ferie di metà settembre per provare a ricostruire qualcosa che è già rotto, magari col pretesto di un caffè fermo a zero sessanta.

È un album che parla di viaggi e città visitate, ma che riconducono sempre alla vita in una Lecce stanca e un po’ borghese. Milano: l’aria rarefatta, la nebbia, le piastrelle anni Settanta, Porta Venezia, l’appartamento in via Lecco 1 e quello in via Rossetti. Ferrara: il traffico di biciclette lungo le sue strade, le mura, il duomo, il letto stretto dello studentato, via Coramari, mille manichini che si prendono per mano, gli amici che cantano le canzoni comuniste e affogano nell’alcol.

Compaiono poi vari personaggi, ognuno dei quali rappresenta un tipo di relazione. George è quel penfriend degli anni in cui si imparavano le poesie a memoria e che, tuttavia, non risponde più alle lettere e ha smesso di scrivere delle sue disavventure. L’universitaria fuori sede è il vuoto che lascerà nella casa quando sarà lontana, vuoto che si riempie con quella porzione di pasto in più mangiata anche per lei; è il silenzio coperto dal rumore della televisione accesa ad ogni ora, la polvere che si posa sulle riviste, il fumo di mille sigarette per cercare inutilmente di non ricordare. Valentina Nappi è la sorellina a cui sono legati i ricordi d’infanzia, lasciata quando era ancora una bambina: solo la macchina del tempo di Einstein-Rosen può riportarla indietro ai giorni del cortile. Infine c’è il mercante di occhi, da cui comprare altri occhi colorati ed innocenti in cambio di quelli vecchi consumati dai rimpianti.

È un album fatto di storie, di posti e di strade percorse, passo dopo passo, per allontanarsi dal passato, dal dolore, dalle persone. Per lasciarle andare via.

“E grazie anche a te, in fondo questo disco parla di noi, di quello che volevamo essere e che non siamo stati, delle nostre battaglie affrontate e delle nostre guerre perdute” (Carmine Tundo).

Monica

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