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La finestra della camera dei miei si apre su un infinito susseguirsi di morbide colline, costellate di piccole città e paesini che la sera si addormentano insieme a me, cullati dal rumore del treno che corre in lontananza. Ogni tanto mi piace affacciarmi dalla finestra, rimanere per un po’ a cercare qualche piccolo nuovo dettaglio e ripensare a questo piccolo contesto di provincia a cui sono terribilmente affezionata. Mi piacciono le canzoni che parlano di questa vita che, fino a qualche decennio fa, era considerata un po’ marginale, come Le rane dei Baustelle e Lettera dalla provincia leccese de La Municipàl. C’è un filo rosso che unisce questi due brani: è quello di chi rimane a vivere in provincia in un continuo rapporto di odi et amo con la stessa.

Spesso, dopo qualche pioggia abbondante, il mio giardino viene invaso da tante piccole rane, le stesse di cui parla il brano dei Baustelle, vittime di una crudele pesca a cui due amici giocavano da bambini. La loro infanzia in provincia è fatta di corse avventurose in mezzo a campi di girasoli che, nelle calde e buie notti d’estate, vengono illuminati da tante piccole lucciole. Ma giunge il tempo della maturità che divide inesorabilmente le vite dei due compagni di giochi: quello che rimane in provincia ripensa all’altro che, corrotto dal lusso di qualche grande città, se ne sta al bancone di un bar a sorseggiare un amaro. E allora la sua mente ripensa al destino di quelle povere rane. Si chiede se siano ancora vive nei ricordi nel suo vecchio amico, se anche in lui il tempo abbia lasciato i segni indelebili della vita in provincia o se, piuttosto, abbia coperto quei ricordi come la piscina di un agriturismo ha fatto con le rane.

Nella provincia leccese de La Municipàl, invece, non ci sono rane, ma solamente una città che mette ansia. Ridisegna quei volti del passato che si vogliono dimenticare e cancella quelli di chi va a lavorare al nord, lasciandoti da solo a marcire, cercando pace dentro le universitarie. È una provincia verso cui si porta rancore, perché è attraversata da mille strade che da bambini si percorrevano durante le processioni, vicini, mentre in una stretta di mani si cercava di intrappolare un futuro di promesse. Quel che ne rimane sono due vite lontane, legate dalla speranza che forse l’altro, prima di addormentarsi, dedichi a te qualche pensiero, mentre alle due, quando stai tremando per i morsi della fame, ti rendi conto che se sei solo un vigliacco ed un coglione, con i piedi ancora saldi su quella terra che non avrai mai il coraggio di lasciare.

 

Monica

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