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La Kunée, nota anche come elmo di Ade o elmo dell’oscurità, nella mitologia greca è un copricapo dalla magica capacità di rendere invisibile chiunque. Dono dei ciclopi ad Ade in occasione della guerra contro i Titani, la mitologia narra del suo utilizzo anche nell’Eneide da parte della dea Atena.

Io vorrei però raccontare un’altra storia (vera!). Se cercate su Wikipedia ‘’kunée’’ troverete quanto detto sopra. Se invece cercate ‘’kunée’’ su Spotify troverete il gruppo di Cristian Ciammaichella (24 anni, testi e voce), Gabriele Martella (25 anni, chitarrista), Leonardo Di Fortunato (24 anni, batterista), Luca Mancini (24 anni, chitarrista), Francesco Fois (29 anni, bassista) e Giovanni (27 anni, ex batterista).

Hanno pubblicato il primo lavoro in studio lo scorso 11 ottobre: The Bear and the Wolf.

Entusiasta già al primo ascolto e spinta dalla curiosità, ho deciso di fare loro qualche domanda, affinché potessi conoscerli meglio e raccontare a voi tutti di questi ragazzi pieni di grinta, talento e simpatia.

Una volta scritti i pezzi, presi dalla voglia di registrare, hanno lavorato all’album per due sole settimane. La parte vocale è stata fatta in due giorni. Ecco cosa ne è venuto fuori.

 

Vi conoscevate già tra di voi?

LUCA: E’ venuto a cercarci Gabriele, uno per uno, attraverso un portale di musicisti, Villaggio musicale. Tra l’altro, io e Cristian ci conoscevamo perché avevamo suonato la stessa sera, due anni prima, in un locale dove poi abbiamo fatto il primo live come Kunée.

CRISTIAN: Sì, lui è venuto a cercarci tutti.

Da quanto tempo esiste il gruppo? La formazione è sempre stata la stessa?

CRISTIAN: A parte Leo, che è entrato da poco, la formazione come Kunée è la medesima da un anno.

GIOVANNI: La band esiste da un annetto abbondante. Inizialmente c’era un altro chitarrista al posto del buon Luca e c’ero io come batterista effettivo al posto di Leonardo.

Come siete arrivati ad essere i Kunée? Cosa ha fatto di voi un gruppo? Non solo un gruppo musicale, ma un gruppo nel vero senso del termine: un certo numero di persone, accumunate dalla stessa passione, che decide di fare un percorso. Insomma, cosa vi rende una cosa sola?

La cosa che ci rende un’unica entità è la passione per ciò che facciamo. Tutti quanti vogliamo esprimere il nostro essere su un palco e nei dischi, siamo uniti dall’obiettivo comune di dire ciò che pensiamo e di farlo urlando su un palco. 

Com’è stata la vostra prima esperienza di registrazione?

Del processo di registrazione se ne è occupato principalmente Giovanni, la voce e le batterie sono state registrate nella nostra saletta in tempi strettissimi. Le chitarre e il basso, invece, son stati registrati in line-in diretto. Del mixing e del mastering si è poi occupato un tecnico del suono esterno al gruppo, Alessandro Di Nunzio.

Praticamente abbiamo realizzato il disco a costo (quasi) zero, pur mantenendo una buona qualità audio.

Cosa si prova nel vedere il vostro lavoro realizzato?

È una figata, una gioia!

CRISTIAN: Io addirittura ho scritto una poesia per l’uscita del disco…

Raccontateci la vostra prima volta insieme sul palco.

CRISTIAN: La formazione live non era quella attuale, c’era ancora Giovanni con noi alla batteria ed è stata veramente bella, molto intima. Abbiamo suonato con un’altra band di amici, i Waterloo Dukes, un altro gruppo di Roma che ha uno stile molto simile ai Muse. Quella volta ci è andata bene, ci hanno anche pagato: è andata di lusso!

Chi ha scelto il nome del gruppo? Avevate altri nomi in mente? E perché la scelta è ricaduta proprio su questo? Per caso qualcuno di voi è appassionato di mitologia greca?

FRANCESCO: Quello un po’ più appassionato di mitologia greca è Cristian. All’inizio tra i nomi proposti c’era “Helm of Terror”, ma non piaceva molto, poi Gabriele ha trovato “kunée” su Wikipedia. Siamo stati tutti d’accordo: un nome originale, semplice e di impatto. Praticamente perfetto!

 

Passando all’album, The Bear and the Wolf.

Che genere fate?

CRISTIAN: Facciamo metal, ma al momento stiamo esplorando un po’ ovunque. Quindi alternative, per non dire che stiamo andando un po’ dove ci pare. Un alternative ma con sfumature.

Di cosa parla questo album?

Di molte cose: amore, erotismo, persone che non riescono a capire che la vita non è una gara a chi piscia più lontano, un po’ di anti religiosità, cose zozze e alcuni riferimenti ad una cultura pop non italiana, cioè quella dei wǔxiá, delle novelle di arti marziali cinesi. E c’è anche Super Mario [In Princess Garden: Thank you Mario, but our princess is in another castle, ndr]

Questo non è un concept album, per cui ogni canzone narra una storia a sé. È intriso di disillusione, rabbia, amore, filosofia ed eros. Il tutto narrato attraverso immagini, metafore e chitarre al massimo volume.

Quali sono gli ingredienti di questo album?

Per la parte musicale prendono la parola Gabriele e Luca

LUCA: Le sonorità nascono a seconda di quello che mi passa per il subconscio. Non cerco di imitare qualcosa e, se accade, non lo faccio di proposito.

GABRIELE: I primi pezzi sono nati aprendo e scrivendo al volo, senza pensare. Probabilmente le influenze sono molto quelle degli Avenged Sefenfold, ma soprattutto quello che mi passa per la testa. Ho questo riff? Bene, buttiamolo giù e vediamo anche cosa ne esce fuori.

CRISTIAN: Per quanto riguarda la parte testuale e le linee vocali, le influenze sono tutte derivanti dal fatto di aver attraversato molti generi e di aver preso delle caratteristiche che fanno parte di una certa sonorità. Ad esempio: Korn, System of a Down, gruppi più di nicchia come gli Anathema o italiani come i Fast Animals and Slow Kids o Verdena, che hanno contribuito a creare una impostazione vocale di un certo tipo, che io tendo sempre a cambiare.

Parlatemi dell’ep Black as a Nightmare e soprattutto della frase ‘’my eyes have learned how to see even if my life still is black as a nightmare’’.

Quella frase raccoglie tutta la disillusione e il pessimismo di cui è impregnato il nostro primo singolo. Quella frase sta a significare che abbiamo imparato a guardare in faccia la realtà e questa è buia, scura. Come un incubo, appunto.

Spit, oltre ad avere una musica potente e martellante, per com’è cantata ricorda moltissimo una canzone dei System of a Down…

Son tutti d’accordo

CRISTIAN: Ora che ho cambiato il testo, ancora di più!

Raccontatemi di Princess Garden: sembrerebbe una favola, ma…

È una citazione a Super Mario, ma parla anche del processo di corteggiamento per un unico motivo, quello di portarsi a letto qualcuno, niente di romantico o parzialmente romantico. L’emotività, semmai, è intrinseca in quel tipo di erotismo.

La parte strumentale che va circa dal terzo minuto mi fa impazzire!

CRISTIAN: Pure a me. Di solito in quel punto mi metto con la testa sotto la cassa scuotendo i capelli. È da paura.

Dopo la sesta traccia, Bear with Me, dove il tono si fa più calmo e pacato, caratterizzato da una vena di malinconia e dolcezza che lo differenzia dagli altri, il disco termina con The Wolf, nonché con un ululato vero e proprio all’interno del brano… una cosa mi salta all’occhio: i titoli delle ultime due canzoni riassumono il titolo dell’intero album, è un caso?

In realtà quelle due canzoni erano concepite per essere un unicum diviso in due parti. Ma alla fine abbiamo optato per dare due titoli diversi, che hanno poi dato il nome al nostro disco. Sono collocate alla fine del nostro album perché anche dal vivo sono gli ultimi due pezzi che eseguiamo.

Se doveste definire questo album con una sola parola, quale sarebbe?

LEONARDO: Per quello che mi suscita quando lo sento io direi trascendentale.

GABRIELE: Una bomba!

LUCA: Non posso dirlo con una parola, posso dirne tre? Mix di generi.

FRANCESCO: Amorevole.

GIOVANNI: Lo definirei poliedrico, pur mantenendo comunque un’identità distinta per tutto il suo corso. Ogni pezzo è diverso dall’altro, ma è accomunato da alcuni elementi che caratterizzano il sound dei Kunée. Influenze diverse che si fondono e danno vita a qualcosa di ibrido.

CRISTIAN: La parola che voglio usare è molto semplice: primo. Perché ce ne saranno molti altri.

Ultimissima, ma non per importanza: se qualcuno vi dicesse ‘’ma chi ve lo fa fare! Datemi un motivo per credere nella musica’’, cosa gli rispondereste?

LEONARDO: Due frasi.

La prima fa così: scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita. E l’altra: trova ciò che ami e lascia che ti uccida.

LUCA: Per chi ha poca capacità di esprimersi a parole è la via più facile, perché bene o male riesce ad arrivare a tutti quanti facendo una cosa che viene da dentro.

CRISTIAN: Fare musica equivale a vivere, non c’è stato mai un momento della mia vita in cui non abbia cantato. Ufficiosamente, la mia prima esibizione dal vivo è stata a sette anni al matrimonio di mio zio. Smettere per me non sarebbe pensabile, perché il canto è un modo di esprimermi e raccontarmi. La testualità deriva dalla mia sfera personale, che esprimo anche in poesia, ma il canto è il metodo di veicolazione migliore che ho per far capire a chi ascolta che non è solo a provare quelle cose, che c’è qualcuno che lo può capire. Ci sono stati degli album che a me hanno fatto lo stesso effetto che vorrei fare io un giorno ad un sacco di gente. Ad esempio Alaska dei Fast Animals and Slow Kids.

GABRIELE: Specialmente per noi chitarristi è il modo migliore per farci capire, altrimenti solo con le parole andremmo a dare mazzate a destra e manca!

FRANCESCO: Se venisse qualcuno a dirmi così, lo prenderei a mazzate sui denti. Si è creata una situazione di famiglia e di relax: ogni volta che suono dico ‘’bello, finalmente sono a casa’’.

La musica è una espressione per tutti e sapersi rapportare con il pubblico, anche se in maniera distante, mi ha sempre aiutato. Riesci a connetterti con chi ti sta ascoltando.

GIOVANNI: Risponderei che ognuno ha le sue passioni e i suoi sogni. E che se lotti per i tuoi sogni, allora un giorno forse anche loro lotteranno per te.

 

I Kunée, che hanno già delle date in programma, sperano presto di tornare sul palco, riprendere a suonare e farsi conoscere, non solo a Roma. Mi hanno anche fatto ascoltare l’arrangiamento di un nuovo brano che sarà nel secondo album e posso dire una cosa: non vedo l’ora di ascoltarlo.

Giulia Guarnaccia per Staradio

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