I Réclame fanno il loro esordio nella scena indie-pop italiana con “Voci di corridoio”, un album intimo che presenta sonorità pop ed elettroniche. La band romana, formata dai tre fratelli Roia, Riccardo alle tastiere, Gabriele al Basso ed Edoardo alla batteria, con la voce di Marco Fiore, racconta in questo primo lavoro, lungo otto brani, storie ed esperienze personali in accezione romantica.

 

Dal palco di Sanremo Giovani al primo disco: raccontateci il vostro percorso.

Sebbene suonassimo vari strumenti sin da bambini, abbiamo iniziato a dedicarci seriamente alla musica fra i 17 e i 18 anni. Fondamentale è stata la scoperta del progressive rock europeo e del jazz, che ci hanno stimolato ad approfondire tecnicamente gli strumenti che suonavamo, nel tentativo di imitare i nostri musicisti preferiti. Da un punto di vista testuale, invece, sono stati importanti, per la nostra formazione, i grandi cantautori italiani e stranieri: Fabrizio De André, Francesco Guccini, Paolo Conte, Franco Battiato, Leonard Cohen e Bob Dylan su tutti. Sono stati loro ad averci aperto le porte a nuove possibilità espressive, a insegnarci l’importanza del rapporto fra la musica e il testo e, soprattutto, a spronarci verso un tipo di canzone che poggiasse su una profonda ricerca contenutistica e formale. Il tutto è confluito all’interno del nostro disco d’esordio: “Voci di corridoio”.

Il Covid-19 ha indirettamente colpito anche il mondo della musica. Cosa vi aspettate dal governo per risollevare le sorti dello showbiz?

Siamo convinti che sia di fondamentale importanza tornare a proporre della musica dal vivo. Da un lato perché è la maggior fonte di proventi per i musicisti e dall’altra perché è ciò a cui tende naturalmente la creazione musicale. Speriamo quindi che venga supportato e implementato il mondo dei live.

Torniamo a “Voci di corridoio”. Quali sono state le influenze in fase di scrittura?

Le influenze maggiori nella stesura del disco sono state il grande cantautorato italiano degli anni ‘70 e le sperimentazioni sonore dell’alternative rock contemporaneo. Il nostro punto di riferimento, per quanto riguarda la canzone italiana, è indubbiamente Fabrizio De André. Lo reputiamo uno dei capisaldi della canzone d’autore, non solo italiana ma mondiale. Le vette raggiunte dal cantautore genovese per raffinatezza stilistica, inventiva, sperimentazione della forma canzone, recupero della cultura popolar, rimangono a nostro avviso, ancora oggi, insuperate.

Ascoltando il vostro album riusciamo a identificare varie sonorità: da quelle più sperimentali come il synth pop a quelle più classiche del cantautorato anni ’90 italiano. Qual è l’idea di questo disco?

L’idea del disco è quella di coniugare elettronica e acustica da un punto di vista musicale e narrazione ed immagini da un punto di vista testuale.

Molte band, soprattutto le più giovani, danno molta importanza alle piattaforme social per fare promozione. Credete che davvero questo possa cambiare il corso della musica italiana?

Così come la televisione e le radio, i social hanno la funzione di far arrivare la propria musica ad un pubblico più ampio possibile. Ovviamente, di per sé, ciò non è un male. La differenza la fa ciò che veicoli, non il come. Bisognerebbe, a nostro giudizio, prestare più attenzione al contenuto che al mezzo. Soprattutto in una situazione storica, in cui gli strumenti per produrre musica e per promuoversi sono potenzialmente alla portata di tutti.

“Voci di corridoio” nasce anche grazie all’incontro con Daniele Sinigallia. Qual è il rapporto con il vostro produttore?

Daniele Sinigallia ha dato un apporto fondamentale al sound del disco. Sebbene i brani fossero quasi tutti arrangiati, quando siamo entrati in studio per la prima volta, i suoi ritocchi e la sua capacità di interpretare le nostre richieste e le canzoni stesse sono stati di vitale importanza per la buona riuscita del progetto, gli dobbiamo davvero molto.

Tra i brani ascoltati siamo rimasti particolarmente colpiti dal vostro secondo singolo “Due Amanti”. A quale tra le otto tracce siete particolarmente legati?

I brani ai quali siamo più legati sono “Cosa resterà?” e “Notte d’inverno”. Il primo perché è il primo brano che abbiamo scritto in italiano e arrangiato tutti assieme. Il secondo brano, invece, è legato al magnifico ricordo della sua produzione: una fredda notte d’inverno in cui ci siamo riuniti in studio, a tarda notte, per registrare gli strumenti e i rumori in presa diretta.

“A testa bassa, con gli occhi stanchi. Essere una fra le voci dei tanti, che non hanno poi molto da dire se non urlare a squarciagola”. Possiamo considerare il testo del singolo sanremese come il vostro manifesto artistico?

Ciò che fa da collante all’interno del disco è la narrazione. Essa è declinata in modi differenti ma è sempre presente. Non crediamo che si possa parlare di manifesto artistico riferendosi ad un solo brano, perchè ciò che davvero ci rispecchia è il disco nella sua totalità: una serie di frammenti sonori e narrativi, ognuno con una propria voce particolare.

 

Intervista a cura di Giuseppe di Martino

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