Il 13 novembre è uscito Sumo, un album che mostra di essere nuovo in tutto, soprattutto per quanto riguarda le sonorità dei brani. Prima di parlare dei vostri nuovi pezzi, parliamo di voi. Per prima cosa, è il primo album firmato Management. Ormai è passato più di un anno da quando avete dichiarato al pubblico di accorciare il vostro nome e eliminando ‘’del dolore post operatorio’’ avete dato avvio ad un nuovo stile, in parte più maturo, in parte più malinconico, come se foste guariti da qualcosa, come se vi steste lasciando alle spalle qualcosa. O così sembra. Si può dire quindi che il vostro nome si è fatto più ‘’piccolo’’ ma voi vi siete fatti più grandi? Sia come artisti, che come persone.

Il dolore post-operatorio era diventato per molti (anche se pochi rispetto alla totalità dei nostri fan, ma comunque troppi) un fenomeno troppo estetico, troppo spesso legato al gesto, alla follia del momento, all’esuberanza di certi atteggiamenti provocatori.
Si può dire che tutti si aspettavano sempre qualcosa da noi, si aspettavano l’inaspettato.
Oltre a tutto questo immaginario che effettivamente fa parte del nostro DNA e che noi stessi abbiamo contribuito a creare, c’è però tutta un’altra storia MOLTO più importante che è la storia dei nostri dischi e delle nostre canzoni. La provocazione più grande è sempre stata la storia dei nostri dischi, sempre diversi, sempre alla ricerca di qualcosa.
Abbiamo sempre abbandonato percorsi già battuti per descrivere quello che sentivamo dentro, per descrivere momenti della nostra vita.
Ogni disco è rappresentativo di una fase e non può essere in linea con quelli precedenti o successivi, perché la nostra musica cresce e cambia insieme a noi.
Abbiamo sempre dato l’importanza maggiore alla musica e questa volta ci siamo voluti concentrare SOLO sulla musica,  mettendo il dolore post-operatorio dentro di noi e lasciando solamente alle canzoni la voce per parlare, senza orpelli, senza follie, senza provocazioni. Solo musica, testi, poetica, arrangiamenti, produzione.
Solo canzoni.
Siamo rimasti “i Management” come del resto tutti ci hanno sempre chiamato.

Il vostro primo pezzo come Management è stato ‘’Kate Moss’’ e avete lasciato tutti a bocca aperta, c’era già il presentimento che stavate lavorando a qualcosa di nuovo. In questo brano c’è una frase che ripetete più e più volte: ‘’se non sei in sei out’. Un aut aut abbastanza triste, come se non ci fossero vie intermedie, ed è chiara qui la critica alla società di oggi, governata da ciò che è bello, o ancor più, da ciò che è bellissimo. Una società, insomma, che ogni giorno ti ricorda che o sei come Kate Moss o non sei nessuno, o sei in o sei out. Ma non è tutto oro quel che luccica e non dimentichiamoci, appunto, dell’esistenza di photoshop e dei filtri di Instagram.

Questa canzone dice veramente tutto in maniera molto semplice e diretta. Nella vostra domanda infatti è già presente tutta la risposta. E’ una canzone non interpretabile, che non lascia spazio alle riflessioni, ti sbatte in faccia.
Le cose stanno così. Siamo obbligati a giocare. C’è però in questo un risvolto positivo: non bisogna prendersi sul serio e se siamo obbligati a giocare, bisogna giocare come i veri campioni, e i veri campioni non sono quelli che azzeccano tutto, i veri campioni sono quelli che cambiano le regole del gioco.

Vorrei chiedervi ora come secondo voi si può distruggere questo vetro di apparenza che riveste il nostro mondo, se credete che la musica, come l’arte tutta, possa essere un’arma che dimostri ciò che siamo, cioè semplicemente umani e non dei modelli da vetrina, che abbiamo dei difetti e che siamo belli soprattutto per questo.

L’arte non può fare nulla, dato che tutti gli artisti vogliono essere pagati per quello che fanno e quindi il gioco finisce quando si parla dei soldi. Finisce sempre lì, sulla questione del prezzo, sulla tavola delle contrattazioni.
Però l’arte ci fa comunque sempre ragionare, discutere, ed è già tanto di questi tempi.

Inoltre, vi siete mai sentiti brutti, diversi, sbagliati, inadatti per questa società? Come avete affrontato questo disagio? E cosa consigliate a chi si sente continuamente così?

Tutta la nostra storia è la storia di un gruppo fuori dal coro, è la storia del brutto anatroccolo di provincia. Non abbiamo mai giocato al gioco del “siamo tutti amici”, noi siamo i contadini abruzzesi che vanno al bar, giocano a carte, si urlano in faccia e se ne sbattono del resto. Non possiamo consigliare niente a nessuno, possiamo solo ricordare che “vincere” è il gioco del capitalismo, e non c’è ossessione che rende più infelici.
Stare fuori dai giochi ti permette di essere libero, di fare il cazzo che ti pare.
I vincenti non sanno quello che si perdono.

Per tornare alle novità, raccontateci l’esperienza di registrazione del disco all’auditorium Novecento di Napoli. Cosa vi ha trascinato da Lanciano a Napoli?

Napoli è Napoli. E poi, siamo entrati in uno studio dove persone come Totò, Murolo, De Filippo, avevano toccato gli stessi muri, cantato e registrato con gli stessi microfoni. Che dire di più? Si può solo piangere per la gioia.

Sono passati sette anni dall’album Auff e da ‘’Pornobisogno’’, prima canzone del primo album. Sumo invece termina con ‘’Sessossesso’’: un cerchio che sembra chiudersi, una ‘’ring composition’’ che rivela una certa continuità tematica tra i vostri album, come se, sebbene in continua trasformazione, foste rimasti sempre gli stessi. L’ultimo brano di Sumo sembra la diretta continuazione di ‘’Pornobisogno’’. Da ‘’sei tutto il porno di cui ho bisogno’’ siete passati a ‘’questo porno non comincia se non arrivi tu’’ . Avete sempre parlato di sesso e amore (in ‘’Il mio giovane e libero amore’’ dite ‘’amo il piacere e amo l’amore’’), nel corso degli anni avete anche cambiato modo di viverli e di vederli?

È stato un concetto in continua evoluzione, abbiamo cercato di trattare queste tematiche attraverso un milione di punti di vista. Non è un fatto di continuità, è una questione di ossessioni. La libertà di TUTTE LE PERSONE DEL MONDO di gestire il proprio corpo e la propria sessualità e la propria libertà nel modo che preferiscono è sempre stato un argomento troppo importante per noi. Lo abbiamo riproposto e sottolineato in modi diversi in ogni disco.

Sempre riguardo ‘’Sessossesso’’, è la prima volta che tentate una collective song. Ci pensavate già da tempo o questa idea vi è venuta all’improvviso?

Certe belle idee vengono come le illuminazioni. 

In questo album c’è una più ampia visuale sulla vostra interiorità e sensibilità, alcuni brani presentano delle note malinconiche notevoli, come ‘’Per i tuoi occhi tristi’’, ‘’Chiara scappiamo’’, ‘’Come la luna’’ e in ‘’Sto impazzendo’’. Soprattutto si evince una certa volontà di andarsene, o meglio, di scappare senza dire niente a nessuno. Abbiamo tutti dei periodi no in cui vorremmo rifugiarci da qualche parte e stare lontani da tutto e tutti, ognuno ha il proprio luogo sicuro, il posto dove ritrovare pace e tranquillità, che sia un luogo fisico, semplicemente una persona o qualcosa come un hobby o uno sport. Se aveste ora la possibilità di partire subito, dove andreste? Qual è il vostro rifugio?

Il nostro rifugio è la  serenità, ovunque essa sia, ma ovviamente la stiamo cercando e non la troveremo mai. Chi pensa che solo cercando ossessivamente la propria verità si può avere l’onore di raccontare qualcosa ad un gruppo persone (lo chiamano pubblico) che ti sta ascoltando, non sarà mai sereno. E’ il prezzo da pagare per avere qualcosa di interessante da dire. Non abbiamo bisogno di stare tranquilli, in fondo.

Un’altra tematica che affrontate è quella del tempo. In ‘’Se ti sfigurassero con l’acido’’ di I love you paragonate il tempo ad un ‘’chirurgo maledetto che scioglie i volti come fossero cera’’ mentre nella omonima traccia del vostro nuovo album definite il tempo bastardo e questa volta lo paragonate ad un lottatore di sumo. Qual è il vostro rapporto con il tempo e il suo scorrere inesorabile?

Se non fosse per l’idea del tempo e l’idea della morte, probabilmente le migliori pagine della filosofia e della letteratura non sarebbero mai state scritte.
Dobbiamo purtroppo ringraziare le due cose che ci fanno più paura, per la bellezza che ci hanno regalato.

Per concludere, cosa augurate a questi nuovi (ma sempre, in fondo, gli stessi) Management?
Di essere sempre amati e capiti da chi vuole il loro bene.

 

Intervista a cura di Giulia Guarnaccia.

Foto Simone Cecchetti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *