Ne abbiamo parlato qui nel nostro report sul loro live insieme ai Fast Animals and Slow Kids. La rappresentante di lista è un duo formato da Dario Mangiaracina e Veronica Lucchesi, la cui formazione risale al 2011, anno dal quale il duo si è evoluto in suoni e testi, partendo da un approccio cantautorale fino ad arrivare a musiche decise ed esplosive. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro, che ci hanno permesso di meglio inquadrare Go Go Diva, il loro ultimo progetto musicale (dicembre 2018).

In che termini il contributo di ciascuno di voi si traduce all’interno del duo?

(Dario) Non possiamo definire quale settore della creazione è appannaggio mio o di Veronica. La cosa interessante è che, effettivamente, sia nella musica, che nei testi, che nell’essere visionari rispetto all’estetica o ai video… (Veronica) cerchiamo sempre di compenetrarci: non c’è un ambito di cui si occupa solo lui o viceversa. Cioè delle volte capita che vengano in mente a me delle melodie, o che lui scriva interi testi che poi rimaneggiamo insieme. Anzi, credo che la forza – se possiamo definirla in questo modo, di ciò che facciamo sta proprio nel fatto che entrambi mettiamo mano a quello che fa l’altro. Riusciamo ad avere un dialogo molto profondo rispetto ai temi che vogliamo affrontare e ai messaggi che vogliamo portare al pubblico.

Da dove nasce la vostra più profonda motivazione?

(Dario) Penso che siano diverse le motivazioni che ci hanno spinto negli anni a scrivere canzoni. All’inizio è stata un po’ la curiosità – siccome entrambi abbiamo iniziato a comunicare con gli altri attraverso il teatro – di utilizzare un altro mezzo: la canzone. Prima questa cosa la sentivamo molto: è un mezzo completamente diverso dal teatro, anche soltanto per i tempi. Una canzone dura tre minuti, uno spettacolo ne dura cinquanta (minimo). Quindi, effettivamente, la brevità, il fatto di dover riassumere tutto in strofa e ritornello, che sono due parti molto interessanti di una drammaturgia. Nella strofa tu crei il disegno della situazione, nel ritornello dai la seduzione: c’è l’apice di quel sentimento lì, di una reazione. Quindi, all’inizio è stata quindi la curiosità. Poi, via via che lo strumento canzone ci è risultato sempre più familiare: parlare di noi, dialogare a volte. Ci è capitato di renderci conto che, attraverso una canzone, io e lei riuscivamo a parlarci… (Veronica) Sì, sì, a scardinare anche determinate situazioni che si creavano nelle relazioni di qualsiasi tipo, quindi i freni che ti metti nel dirti le cose. Mi ricordo che nella creazione di quest’ultimo disco, Go Go Diva, che inizialmente, quando scrivevamo i testi, avevamo un po’ il timore che l’altro leggesse alcune profonde verità: quindi, ci mettevamo dei paletti da soli, c’erano filtri e tabù reciproci. Quindi, il lavorare insieme e dialogare attraverso la scrittura delle canzoni, ci ha permesso di farci aiutare dall’altro, di cogliere l’impulso che ci mandava e di eliminare quell’ultima parte. Dopo quel passaggio, in qualche modo le canzoni hanno preso un altro respiro e sono diventati i testi del disco.

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, rispetto ai vostri progetti passati. Con questo ultimo album si nota uno stacco musicale e stilistico. In cosa la rappresentante di lista è cambiata rispetto a quando si sentiva la protagonista attraversando la via degli uomini?

(Veronica) Sì, sono successe tante cose, però devo dire che quel personaggio, quel profilo di donna, di entità, che un po’ guida la nostra scrittura, è rimasto. Se non sono sempre gli uomini il pubblico o i personaggi tra cui ti muovi, diventa il mondo in una circostanza particolare, diventano gli altri. c’è sempre qualcun altro che ti osserva e e che è piacevole osservare, con cui è piacevole creare delle relazioni e capire il mondo insieme. In qualche modo, esiste sempre uno spirito guida nelle nostre canzoni e, in questo caso, è stato questa diva, questa Lady Godiva, che ci ha un po’ illuminato. Poi c’erano delle voci in Bu Bu Sad, che erano, invece, quelle di contestazioni, di gridi, di interrogativi generazionali. Poi c’è stato il personaggio di (Per la) via di casa, che è la rappresentante di lista: Perla, questa donna che si muoveva dentro casa. Diciamo che sono cambiate tante cose, ma esistono dei capisaldi che continuano a persistere, a rimanere: un filo conduttore che unisce tutto il nostro lavoro, che è un po’ la ricerca che facciamo.

(Dario) Poi, quel che è cambiato, è che da un punto di vista musicale adesso c’è un confronto con altre persone: nel primo disco, eravamo io, Veronica e Roberto Cammarata, che è il nostro produttore storico; poi via via si sono aggiunte altre figure, dia musicisti della band, a Fabio Gargiulo, che ha prodotto Go Go Diva. In questo percorso ci siamo trovati ad avere dietro una grande squadra e questo sicuramente cambia il tuo modo di immaginare la musica. Abbiamo anche molte più possibilità rispetto a prima.

In “Questo corpo” descrivete il trasporto fisico che anche la musica è in grado di provocare. Descrivete anche questa sensazione di serenità che deriva da un rapporto positivo con la propria fisicità. Quanto, secondo voi, la musica è carnale e quanto, invece, ha un’anima più spirituale?

(Dario) In “Questo corpo” più che di serenità, si parla di un rapporto abbastanza travagliato con il proprio corpo. È forse proprio dalla temporanea risoluzione di quel travaglio che nasce l’esplosione di quel brano. Penso che la musica possa essere – debba essere – sia carnale che spirituale, cercando di risolvere questo dualismo. Perché deve unire, in qualche modo: devi volare ma coi talloni a terra, per autocitarci.

(Veronica) Non so se per forza unire le due parti, perché delle volte mentalmente ci sembra di essere su una strada, e poi il corpo, invece, ci manda dei segnali molto potenti e violenti: “ehi, guarda, io qua dentro non mi ci trovo bene”. Però, può creare delle connessioni molto forti: la scarica che tu senti quando recepisci delle parole che davvero ti coinvolgono, come in un contesto di musica dal vivo. In quel momento lì, sono insieme ad altre persone che sentono dei sentimenti affini, però vibriamo insieme di qualcosa che riceviamo allo stesso modo. Molto probabilmente, lì è un momento in cui, se non sono strettamente connessi, sicuramente si mandano degli input, che risuonano bene insieme. Dovremmo sempre cercare di – non dico metterli in buoni rapporti però – ascoltare gli impulsi che il corpo ci manda. Quando è malato, non ci sta bene lì, in quella situazione: manda dei segnali. Nonostante tu ti sforzi di costringerti in quella situazione, devi trovare altri codici per tradurre quello che sta succedendo.

Vi va di parlarci un po’ di “Poveri noi”? È un brano importante che tratta il tema attuale dell’amore portato all’esasperazione.

(Veronica) “Poveri noi” è una canzone che ha dell’incredibile. A noi piace molto, ma live non l’abbiamo più fatta. L’abbiamo suonata ai primi concerti di questo inverno, ma poi non ci emozionava, non ci trascinava. Probabilmente, in modo molto onesto, abbiamo sbagliato l’arrangiamento live. Non ci ha dato la stessa scossa che ci ha trasmesso quando l’abbiamo scritta e registrata. Però ha un testo molto forte, a me piace tantissimo.

(Dario) Parla della crisi, dell’ultimo passo di una relazione…(Veronica) …di una relazione che si trascina, che non sa finire.

In ultimo, ci volete raccontare della recente collaborazione con Dimartino e dei tratti comuni che avete riconosciuto in lui e che vi hanno permesso di realizzarla?

Noi con Antonio ci conosciamo ormai da tantissimi anni. Ci ritroviamo spesso a Palermo anche in situazioni un po’ più amichevoli e ci stimiamo a vicenda. Noi, quando eravamo agli inizi, riconoscevamo in lui un tipo di scrittura illuminata. E ha dato un contributo molto forte alla nostra formazione.

(Dario) quando scrivevamo le prime canzoni, c’erano dei brani che iniziavamo ad abbozzare e che volontariamente mettevamo da parte o cestinavamo perché erano troppo Dimartino. Ci ha influenzato molto, insieme a una band che ora non esiste più e che era formata da Serena Granci e Simona Norato (hanno continuato la loro carriera da soliste) e che rientra – secondo me – in un modo palermitano di affrontare la canzone. Quello che abbiamo trovato non è stato trovato per l’occasione del featuring con Dimartino, ma è stato ripescato, è stato ri-trovato in fondo alla nostra valigia, perché ci apparteneva, insieme a tutta la scrittura di Antonio. (Veronica) È stato molto bello riproporre un testo scritto da lui, di un disco che ci è piaciuto moltissimo, un brano molto forte e… ci siamo veramente divertiti. È nato dal Miami di Milano, proprio perché eravamo lì la stessa sera ad orari in cui potevamo scambiarci sui vari palcoscenici. Ed è stato divertente perché live è venuto benissimo e noi ci siamo divertiti come pazzi. Da lì è venuta l’idea di inciderlo.

Intervista e articolo a cura di Monica
Foto di Marco Ippoliti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *