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Ketama126 è uno dei rapper più innovativi e originali della nuova scuola italiana. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Piero Baldini aka Ketama126 al Mamamia di Senigallia in occasione del suo live il 1 febbraio 2020, nel backstage appena terminato il soundcheck. Ketama126 ha pubblicato a ottobre del 2019 il suo quarto disco in studio, dal titolo Kety. L’album contiene sette featuring con alcuni tra i più interessanti artisti del panorama musicale nazionale, oltre ad uno dei pesi massimi del rap nel nostro paese: Fabri Fibra. Abbiamo incontrato Ketama126 insieme alla redazione di T-MAG che ha dedicato il numero di gennaio 2020 al tema della sessualità e del pregiudizio. Ecco cosa ci siamo detti.

[Vittorio] Le prime due canzoni che ho ascoltato e con le quali ho conosciuto Ketama126, sono state Giovane e selvaggio e Piccolo Kety, quindi nel 2017. Mi hanno subito colpito molto, soprattutto per la ricerca del suono: hanno dei suoni che, appena li ho sentiti…

[Ketama126] …erano freschi.

Sì, assolutamente. Mi rimandavano alla wave nord-europea, a Yung Lean.

Sì, essendo io un produttore in primis, mi interessa molto quell’aspetto della produzione, mi piaceva molto quello stile, mi ispirava abbastanza anche la wave nord-europea.

Proprio a proposito di questo, qual è il rapporto con le produzioni quando le fai tu o con i produttori con i quali hai collaborato?

Io ho la fortuna di essere un produttore, quindi quando voglio un certo tipo di produzione non ho bisogno di contattare e spiegare ad un produttore cosa voglio: posso farmela da solo, posso saltare quel passaggio che non è da poco. Parlare con una persona e riuscirgli a far capire cosa hai in testa, insomma: io ce l’ho già in testa mia e so già cosa voglio. Poi però, detto questo, ho capito, rispetto all’inizio, che mettere insieme varia gente e roba di altri è figo, ti dà qualcosa in più. Mi piace dirigere il lavoro, ma facendo partecipare anche altra gente nella produzione.

Quindi i brani, anche dal punto di vista musicale, nascono nella tua testa e poi cerchi chi meglio ti può dare…

…quel qualcosa che manca a me.

Sempre partendo dai brani e dalle canzoni di Oh Madonna – non so se sei d’accordo con questa impressione – ma musicalmente quelle più recenti le sento un po’ più scure, più cupe.

Sì sì, sicuramente sono un po’ più cupe. Era anche un momento, quello, in cui in Italia andava molto la trap cupa. Quando ho fatto Oh Madonna andava molto la Dark Polo con Crack Musica. Io volevo pure distinguermi. In quel momento facevo qualcosa con il suono più fresco e più allegro, come in Italia non lo faceva nessuno. Poi col tempo, invece, ha preso il sopravvento la parte un po’ più mielosa della trap e adesso più o meno tutti fanno quella roba là, che alla fine io con Oh Madonna o Fiocco di Neve facevo quattro anni fa. Adesso sono tornato alla roba un po’ più cupa, sia per il discorso di distinguermi, un po’ perché alla fine è la cosa che mi appartiene di più. Se ho fatto quella cosa in quel periodo è per non fare quello che facevano tutti, però quello che mi viene più naturale di fare è quella roba un po’ più cupa.

Rehab è il tuo terzo disco e l’omonima title track è forse uno dei tuoi brani più celebri.

Sì, è stato il primo che mi ha fatto conoscere al pubblico un po’ più grande, non solo rap.

A proposito di canzoni, qual è la canzone, se c’è, di cui sei più orgoglioso di aver scritto, pensato, inciso?

Sono abbastanza orgoglioso di più o meno tutto, ma soprattutto di quella con Califano, poi di Pezzi perché è stato qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima, era qualcosa di molto avanti per l’epoca. Siamo stati i primi a fare quella roba là a Roma, o in Italia.

In Rehab dici una cosa che a me è arrivata immediatamente: ‘non ho contenuti perché sono vuoto dentro’. Non so se è una cosa mia, ma forse era una provocazione, perché di contenuti ce ne sono in alcuni brani, in alcuni momenti seri, densi, profondi…

Sì, quella era una provocazione, ma allo stesso tempo è qualcosa di vero. Tu magari ci senti dei contenuti, altra gente no. È una critica che mi viene fatta spesso, quella di parlare solo di droga, di donne, di troie e di soldi. Io sono uno che parla di cose abbastanza terra terra, senza girarci tanto intorno. Non sono uno che vuole mandare messaggi, però magari una rima che può sembrare solo d’effetto, se le dai una chiave diversa di lettura… insomma, puoi vederla in due modi: puoi sia soffermarti alla parte più d’impatto in quello che dico o puoi cercare di vedere oltre. Quello sta a te.

Hai citato Cos’è l’amore con Don Joe, Franco126 e la presenza di Franco Califano. Per me è uno dei cinque/dieci pezzi più importanti del 2019. Non ti chiederò cos’è l’amore per te perché un po’ lo fai capire e lo dici nella strofa. Ma c’è un verso che mi ha colpito molto: ‘non esiste il piacere senza dolore’. Per quanto mi riguarda, questo è un esempio del contrario rispetto al fatto che tu non abbia contenuti: è una frase fortissima. Pensi che il piacere e il dolore siano due cose inscindibili?

Certo, ogni cosa vive perché c’è il suo opposto. Chiaramente, per fare un esempio più pratico: se una persona non ha mai conosciuto il dolore, non ha mai fatto un sacrificio, nemmeno poi probabilmente saprà apprezzare quanto c’è di buono.

Un’ultima domanda da parte mia: c’è qualcosa di cui Ketama126 ha paura?

Forse mi fa paura la solitudine, l’essere soli spaventa un po’ a tutti. Non è solo la paura della morte in sé, quanto piuttosto il morire soli: è questa la cosa che spaventa.

[Barbara, T-MAG] Ti faccio una domanda aderente al magazine. Sono state fatte interviste a ragazzi di diciotto anni proprio per capire cosa fosse il VM18 e sei stato citato varie volte, in bene e in male. La mia domanda è proprio inerente a questo: qual è, secondo te, la differenza tra quello che era vietato a noi quando avevamo diciotto anni e quello che, invece, ora è considerato proibito. Perché effettivamente c’è di mezzo una generazione: ora come ora sembra che nulla sia proibito realmente. Noi, invece, avevamo paura di qualcosa. Tu canti anche parlando proprio di queste cose proibite.

Io canto parlando anche di questi tabù, di cose di cui alla gente non piace parlare solitamente, però poi sono quelle cose che poi ti restano impresse quando le senti dire.  Anche per questo mi piace parlarne: sono argomenti che poi colpiscono – parlare di morte, di droga, di sesso. Fanno parte di ciò che abbiamo dentro: la paura della morte, l’impulso sessuale o la voglia di sballarci. La musica di deve aiutare anche a tirarle fuori in questa maniera, è un modo di sfogarsi. Riguardo la prima parte della domanda, che mi dicevi… Rispetto alla generazione nostra, quella dei ragazzi di adesso non sembra avere nulla di proibito. Conoscono tutto ciò da subito. Sono cresciuti con i telefoni in mano: possono andare sui porno o guardare un film vietato ai minori di 14 anni. Paradossalmente, però, i ragazzi di adesso stigmatizzano molto di più le sostanze rispetto a come lo facevamo noi dieci anni fa. È tutto un po’ al rovescio. Io sento un po’ di distacco verso loro, nonostante i pochi anni di differenza. Mi sento quasi più vicino alle generazioni di mio padre rispetto a quelle nate dal 2000 in poi. Noi siamo stati fortunati ad essere cresciuti un po’ in mezzo.

[Barbara, T-MAG] Voi siete un po’ il nuovo punk…

[Ketama126] Ce lo hanno detto tante volte. Noi ce ne freghiamo di quello che ci dice la gente.

Intervista a cura di Vittorio Lauri e Barbara Gagliardi
Foto di Marco Ippoliti x Staradio e Barbara Gagliardi x T-MAG
Trascrizione di Monica Bottaluscio

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