Animali Notturni è il quarto album in studio per i Fast Animals and Slow Kids, il quinto se consideriamo anche  Cavalli, l’esordio della band, anticipato nel 2010 dall’EP Questo è un cioccolatino. Il tour di Animali Notturni inizia sabato 1 giugno 2019 dallo Strike Up di Tolentino, dopo un giro di instore per la penisola e l’apparizione al Mi Ami Festial di Milano. Abbiamo il piacere di essere presenti alla quinta edizione dello Strike Up e ci godiamo il privilegio di una chiacchierata con Aimone, Alessandro, Alessio e Jacopo tra le mura del Castello della Rancia. Tra uno spritz e qualche amarcord, proiettati verso il futuro senza dimenticare il percorso che li ha portati dove sono ora, il quartetto di Perugia parla di crescere, di cambiamento, della provincia che protegge e soffoca, accoglie e avvolge.

Di seguito una fedele testimonianza scritta di quanto è stato detto.

Chi sono gli animali notturni e perché hanno dato il nome al vostro ultimo album?

(Aimone Romizi) Gli animali notturni siamo noi. Il ragionamento, come sempre, è connesso al nostro modo di fare musica, che è estremamente personale. Cioè, di fatto, noi prendiamo quelle che sono le nostre esperienze quotidiane della nostra vita e le rimettiamo in mostra, quindi ragionando in questi termini e suonando una musica che ci rappresenta al cento per cento, che è nostra. Abbiamo ragionato su chi eravamo: in parte possiamo dire di essere degli animali notturni in un doppio senso, con una doppia accezione: da una parte siamo animali notturni che stanno in giro tutta la notte, suonano e stanno nel furgone ventiquattro ore su ventiquattro, e certe volte dissolvono la propria esistenza in una serie di bicchieri di vino di troppo, senza pensare alle conseguenze, senza pensare al domani, vivendo semplicemente quella che è un’esistenza in parte di strada, da furgone. In parte, invece, siamo gli stessi animali notturni che, con un’altra accezione, che si chiudono in casa, compongono delle canzoni e riflettono su sé stessi. Probabilmente questo è l’aspetto meno sociale. Mentre c’è una parte più sociale che è la musica di fronte alle persone, esternarsi, dall’altra parte c’è tutto il processo opposto: chiudersi in sé stessi, ragionare e molto spesso odiare l’altra parte, la parte che magari è avvenuta il giorno prima. Ci piaceva questo senso di dualismo perché “Animali notturni”, il disco, è così: è come se vivesse di due anime, proprio perché noi le abbiamo vissute contemporaneamente in questi anni. È come se vivesse due anime contrapposte: da una parte c’è un profondo senso di dispersione, di disperazione e di incapacità a trovare una via, dall’altra parte c’è l’arrivo in questa via e la possibilità di nuovo di respirare, come una fuoriuscita da questo loop esistenziale.

Ad ora, c’è qualche canzone che non mettereste nell’album?

(Aimone Romizi) Ce ne sono tante, per la precisione. Abbiamo scritto diciotto canzoni. Per me l’unica soluzione era metterne diciotto, poi dopo ovviamente queste cose non le fai perché ri-ragioni, cerchi di tirare fuori un sunto: magari due canzoni sono molto simili tra di loro e allora perché metterle tutte e due? Si cerca sempre di fare un lavoro non al risparmio, quanto piuttosto per ottimizzare il messaggio. Se c’è una cosa difficile, secondo me, nella musica, è proprio quella di mandare messaggi, di comunicare, di spiegare quello che hai dentro la testa. La stessa cosa, magari, la spieghi in tre canzoni ma in una di queste quella roba riesce ad essere più chiara. Allora prendi quella. Questo lo abbiamo utilizzato un po’ in tutto il disco, anche se, devo ammettere, è la prima volta in assoluto che abbiamo composto così tante canzoni per un disco. Normalmente noi facciamo l’opposto: scriviamo le canzoni che stavano nel disco. Questa volta ne abbiamo scritte molte di più per poi togliere. È un processo interessante perché, innanzitutto, ti pone in confronto con te stesso: dici “Oh, cazzo, adesso che ce ne ho diciotto, quale mi piace di più?”. E già questo è un processo migliorativo perché scegli cosa ti piace di più e, quindi, capisci cosa ti piace di più: proprio in generale in termini musicali. E poi perché vuol dire che non è finito l’estro, che c’è tanto da dire e ancora c’è la voglia di scrivere canzoni, che poi, per una band che fa rock ‘n’ roll come noi, è la base. Se arrivi a suonare sul palco e sei scarico, hai finito la benzina, non ti piace più quello che stai facendo, è un cazzo di problema. Invece avevamo diciotto ragioni sensate per poterlo fare.

“Cinema” è la terza traccia del vostro ultimo album. Quali sono i vostri film e registi preferiti?

(Aimone Romizi) Su “Cinema”, in realtà, il ragionamento non era tanto connesso al film che si andava a vedere, quanto più che altro al fatto di andare al cinema. Per me è una delle canzoni più triste mai scritte, perché l’accezione che volevo dargli era questo senso per cui, certe volte, andare al cinema è risolutivo. È come andare a cena fuori: quando si hanno poche idee. Molto spesso questo può prendere, anche all’interno di un rapporto, un’accezione, appunto, negativa, nel senso che andare al cinema potrebbe essere una soluzione per non litigare, per non fossilizzarsi su dei problemi magari un pochino più ampi. E “andiamo al cinema per ridere”, andiamo lì un secondo, per respirare almeno un attimo. Poi, per quanto riguarda la domanda in sé, penso che ognuno abbia la propria risposta. Vai, Orso, tu cosa dici?

(Alessandro Guercini): Io sono un grande fan del film “Coming of Age”. Mi piacciono molto i film di Richard Linklater, i suoi mi piacciono più o meno tutti. Un altro regista che mi piace è Wes Anderson.

(Aimone Romizi): I film di Wes Anderson ci piacciono un po’ a tutti, con quell’estetica là spesso super adolescenziale. Io, poi, ho tutta una serie di miei retaggi personali: mi piacciono un sacco di robe iper-pese: Lars Von Tiers, ecc., dove tutto è un po’ come dire… contorto. E ho anche questa vicinanza con le cose trash, strane, tipo i film peggiori di Sam Raimi: “La Casa 1, 2”, “L’Armata delle Tenebre”, queste cose di movies anni Ottanta merdosi. Ma questa roba non è tanto connessa alla canzone.

(Alessandro Guercini): un altro film è “Lords of Chaos”.

(Aimone Romizi): Lo devo ancora vedere. Sì, che racconta tutto il black metal in Norvegia.

(Alessio Mingoli): Anche “Roma” di Cuaron.

Nel disco “Animali Notturni” cantate: “Ma oggi ho trent’anni / vorrei soltanto dire quello che mi va”. Mi tocca molto come verso perché ci siamo conosciuti quando in realtà io avevo vent’anni e voi poco più. Adesso siamo tutti più verso i trenta che vicino ai venti. Quindi la domanda è: come vi sentite cambiati rispetto ai vent’anni, sia come persone che come musicisti?

(Aimone Romizi) Nel nostro caso siamo più vicino ai quaranta! Io penso che, intesi come band, non sia cambiato più o meno un cazzo. Davvero, se c’è una band le cui dinamiche a un certo punto si sono equilibrate e sono rimaste le stesse noi siamo quella band là, che ha un codice e un proprio modo di comportarsi tra di noi e anche una propria etica che si è strutturata nel corso di tanti, tanti anni di musica insieme e che è difficilmente scardinabile, tra l’altro. Quindi in termini di come la band si è evoluta, non saprei neanche dirtelo. Però, di sicuro si è evoluta nel rispetto del senso di band, dello stare insieme e del fatto che siamo quattro persone che hanno dedicato la vita alla musica e che insieme compongono e fanno le cose. La cui musica, quindi, rispetta l’unità dei quattro. Se noi quattro ancora adesso suoniamo, è perché siamo ancora noi quattro. Quindi, come dire, non c’è stata tanta evoluzione nel senso che abbiamo preso una strada rispetto a un’altra: cioè, la band è quella. Poi dopo ovviamente a ciascuno di noi sono successe centomila di cose: da gente che c’ha i figli e si è sposata, chi vive (io) un dualismo tra Perugia e Milano (con la mia ragazza su). Le cose sono cambiate radicalmente, ma forse la cosa che è cambiata di più, per quanto mi riguarda perlomeno, è che la musica è stata sempre al centro della nostra vita, ma adesso è al centro della nostra vita con coscienza, sensatamente. Sappiamo cosa stiamo facendo, sappiamo cosa ci piace, sappiamo come raggiungere quella roba anche tecnicamente: parlo di suoni, per esempio. Se voglio quel suono là, bene o male sappiamo come arrivarci. È sempre difficile, ma abbiamo gli strumenti anche esperienziali per poter ottenere un certo suono. Come dire, c’è più coscienza in quello che stiamo facendo, e secondo me un po’ è anche quello che accade quando cresci: ti rendi conto che tante cose che facevi, in fondo tu le facevi perché in fondo c’era un motivo, magari. Mi piaceva quella cosa, mi piaceva quell’altra, o non mi piaceva questo, quindi facevo l’opposto. Cioè, inizi a mettere in fila tutte quelle che sono le tue passioni, le cose che fai, ma con coscienza. E questo credo che sia un grande passaggio: il passaggio dai venti ai trenta è l’istintività, cioè perdi un’istintività, ma non nel senso che non sei più magari irruento o forte nella comunicazione, no, ne hai coscienza, e quindi lo fai ancora più forte, lo dici ancora più forte, sei ancora più sicuro di quello che dici. Insomma, è questa presa di coscienza. Crescere, secondo me, è un po’ questo: una volta i panni si lavavano da soli e adesso li metti in lavatrice. Musicalmente è un po’ lo stesso discorso: questo forse è un po’ per me. Poi nello specifico ognuna delle nostre vite è toccata da cambiamenti radicali e questi stessi cambiamenti, nel nostro caso, arrivano anche in musica. Dovremmo parlare giorno per giorno di cosa accade e perché.

Sempre per citare un vostro verso: “Questa città mi sta ammazzando”. Adesso parliamo un po’ di Perugia, da cui sottolineate spesso la vostra provenienza. Che cosa apprezzate e che cosa un po’ meno di questa città che rimane comunque in un contesto provinciale?

(Aimone Romizi) Come ci insegnano i nostri fratelli, la provincia “crea dipendenza”, ed è vero. Nel nostro caso, è proprio così: certe volte, senti che quella città ti stia soffocando, ammazzando, e il giorno dopo l’adori per il semplice fatto che ovunque vai, sai dove stai andando, con chi stai per parlare. Da un altro punto di vista, ti dà un senso di conforto e di protezione, di non-dispersione incredibile. Noi siamo una band che fa cento milioni di date, sta sempre su un furgone, sta sempre in un nuovo contesto e parla con persone nuove, ogni giorno. Sapere di tornare in un ambiente dove sai come funziona e che, per quanto possano esserci degli scossoni, bene o male la vita gira in quel modo, per noi è molto rassicurante e ci dà, sotto questo punto di vista, un aiuto psicologico importante, perché davvero uno vede da fuori la vita dei musicisti come molto interessante, ma certe volte ti perdi, non capisci più chi cazzo sei, cosa stai facendo, ed è un attimo saltare in aria. L’abbiamo visto molte volte con “colleghi”, gente del mondo della musica, che perde la testa, che si dimentica chi cazzo era, cosa faceva. Nel nostro caso è difficile farlo, è raro. Non vorrei dirlo e poi succede anche a noi, ma la vedo molto difficile che questa cosa accada, perché quando torniamo a Perugia siamo Aimone di Monteluce, Jacopo di Pontefelcino. E quelle cose sono sempre lì: sei a casa ovunque, qualsiasi cosa fai sanno già chi sei, cosa fai, perché lo fai, tu già sai chi hai davanti: è un ambiente protettivo e questa sicuramente è una cosa in positivo, ma al tempo stesso può essere drammatico nel momento in cui ti risucchia. Allora “questa città mi sta ammazzando” nel momento in cui i loop della quotidianità diventano l’unica che fai. Qua la provincia diventa schiacciante per le tue aspirazioni: allora non pensi più di arrivare a essere Bruce Springsteen o i REM ma inizi a pensare di essere la band che deve suonare per forza dietro casa e ha paura di uscire dalla sua cerchia di amici perché la sua cerchia di amici non accetterebbe il loro cambiamento o qualsiasi musica suonano. Questa è la grande paura della provincia: lei può schiacciarti in questo senso, devi riuscire a uscirne. E nel momento in cui ne sei uscito, te ne rinnamori. E ti rinnamori di tutto eh. Certe volte ci capita di tornare e di rientrare in Umbria, che ti vedi un po’ di verde dopo che sei stato in giro per palazzoni e dici: “Cazzo, finalmente!”. Quindi, è questa un po’ la nostra visione, una visione che sa bene quanto è bello vivere in provincia, ma ne ha paura, ha paura di esserne risucchiati. Bisogna riuscire ad esserne lontani, nel senso di essere prorompenti con i propri pensieri, ma al tempo stesso di godersi la bellezza che solo le province hanno, che è questa convivialità che fuori non esiste. In questo periodo vivo molto Milano, ed è tutto molto più distaccato, molto diverso. Bisogna essere coscienti della fortuna che si ha.

Foto: Marco Ippoliti
Intervista: Monica, Elisa, Vittorio

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