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Quando ho sentito parlare per la prima volta de “I dischi di Anita”, non ho potuto non immaginarmi come questa Anita potesse essere. L’ho pensata come una ragazza bionda, di media altezza, ma soprattutto come una creatura ingenua, silenziosa, che passa la sua vita a masterizzare cd con le sue canzoni preferite, quelle che ascolta alla radio e quelle che ha sentito cantare a qualche gruppo di provincia. Sì, perché Anita non conosce la città, la teme e, nei momenti bui, si siede sotto al suo albero preferito, una quercia che, davanti casa sua, c’è sempre stata, e che per questo rappresenta l’unica certezza della sua vita. Fino a quando non la abbatteranno, fino a quando lei perderà i suoi dischi, fino a quando capirà che “la vita non è un film di Wes Anderson / ma una stronza illusione dagli occhi / più belli del mondo”.

Sì, insomma, me la immagino proprio così e mi chiedo se questa sia stata la stessa concezione che ispirò quei quattro ragazzi marchigiani che decisero di dedicare a lei il loro progetto musicale. Perché in fondo anche loro vivono nella semplicità di un contesto provinciale, dal quale cercano di emergere attraverso una serie di tracce dal suono dolce e delicato. Sono degli inguaribili romantici, che parlano di lucciole, di miracoli e d’amore, che credono nell’utilità delle cose e dei sentimenti.

Noi di Staradio li abbiamo incontrati in più occasioni: in apertura a I Botanici al Bar della Stazione di Tolentino, ma anche agli Ex-Otago nell’estate 2017. Di recente, abbiamo avuto modo di riascoltarli in occasione del contest musicale organizzato dai nostri amici di Fuori del Guscio presso lo chalet civitanovese “La bussola”. Abbiamo pensato, così, di rivolgere loro qualche domanda per conoscerli meglio e approfondire alcuni tratti del loro percorso.

Ma voi, questa Anita, come ve la immaginate?

Anita ce la immaginiamo come una ragazza della nostra età, con uno spiccato senso dell’indipendenza. Le piacciono i colori, i libri, la primavera, la musica “strana” contemporanea e del passato. Ama le relazioni umane, ma non disprezza la solitudine e sa ricavarsi il suo spazio privato per ballare, pensare, ascoltare i Tame Impala, i Baustelle e Giorgio Poi.

Quali sono le “Lucciole” che segnano il vostro percorso da musicisti e che considerate come punti di riferimento?

Siamo in cinque e abbiamo punti di riferimento differenti, ma convergenti per certi versi. Sempre aggirandoci in prossimità dell’indie, inizialmente avevamo tendenze molto cantautorali, un po’ De Gregori un po’ l’Officina della Camomilla; ora le linee melodiche dei synth e una maggiore attenzione alla “simmetria” degli arrangiamenti ci hanno resi più pop o pop-rock, forse vicini ai già citati Giorgio Poi e Baustelle, ai Canova, agli Ex-Otago o ai Phoenix e Mac DeMarco (per uscire dall’Italia). Tutte queste sono “Lucciole” di riferimento alle quali per piccoli tratti e senza volerlo ci approssimiamo, continuando a fare quello che ci va e lasciando a chi ci ascolta le considerazioni.

“L’odore della musica”. Così recita un verso di “Oblò”. Perché la scelta di questa sinestesia per rappresentare la musica, ciò a cui anche voi vi dedicate? Che odore ha, per voi, la musica?

In “Oblò” in realtà la musica non c’è: il protagonista, seduto sul treno, se la immagina guardando una ragazza ballare dalla finestra di un palazzo e deve ricorrere a un senso che non sia l’udito; gli pare di sentire l’odore di quella musica che avvolge la ragazza. In effetti non solo con le orecchie si ascolta la musica e viceversa essa non si può ridurre soltanto a un suono. A una canzone si possono concatenare, nella percezione di chi la ascolta, dei colori, dei profumi, degli stimoli che coinvolgono l’anima e tutti i sensi. Non sapremmo dire a parole che odore abbia la musica per noi, sicuramente un buon odore che tutti e cinque, in sala prove, respiriamo e utilizziamo da legante per creare arrangiamenti, appiccicare a una canzonetta una veste che sentiamo sua, non solo ascoltandone la melodia (per tornare al discorso dei sensi).

Quanto la semplicità del vostro percorso – affermate di aver iniziato a lavorare già dai tempi del liceo, tra sala prove e camere da letto – influisce sui testi e le musiche delle vostre tracce?

Molto, sicuramente. Il nostro progetto nasce, come hai giustamente scritto, tra i banchi di scuola e tutto quello che volevamo fare era suonare ciò che veniva fuori semplicemente nell’intimità di una cameretta. Negli anni abbiamo cercato di migliorarci e maturare, soprattutto in sala prove, ma l’origine delle canzoni è sempre la stessa: quattro pareti, una chitarra, un letto, un supporto per appuntarsi le cose e una marea di idee che ci passano per la testa e per il corpo, cose semplici ma molto sentite, caratteristica dei nostri testi. In quanto alle musiche cerchiamo di avere sempre maggiore cura e precisione nell’elaborazione delle parti di tutti gli strumenti, ma la semplicità nativa dei pezzi non può che lasciare un’impronta ben evidente del piccolo “habitat” da cui provengono.

Il mare è un mondo immenso del quale a volte abbiamo paura. Indossiamo così i ‘braccioli’ (per citare una delle vostre ultime uscite) per restare a galla, lontani dalle profondità sconosciute. Quali sono i vostri più grandi timori (dal punto di vista personale e professionale) dei quali, come dei piccoli pesci, avete paura di diventare prede? Quali sono gli abissi nei quali non vorreste cadere e dai quali vorreste essere salvati, come recitate in ‘non è del tutto inutile’?

Hai colto nel segno il vero senso di “Braccioli”. Il mare è proprio il mondo, ciò con cui ogni giorno siamo chiamati a confrontarci, lo stesso pesante mondo da cui è indispensabile, per mano di qualcuno o qualcosa, essere talvolta alleggeriti o persino salvati (come in “Non è del tutto inutile”). In “Braccioli” in particolare, non viene palesato un timore, un problema o malessere preciso: il disagio, per cui si arriva ad incolpare anche lo zodiaco o la statura, è congenito, insito nella natura stessa; un misto di debolezza e senso di insufficienza, di dubbi e insicurezze. L’unica paura che in una certa misura emerge dalla canzone e che forse maggiormente ci riguarda quali ragazzi di poco più di vent’anni, è quella del futuro ignoto, per cui si può sinteticamente parlare di “horror vacui”. Nella musica invece, se da una parte consideriamo fondamentale avere dei modelli con cui orientarci e la possibilità di cambiare ogni volta che vogliamo, dall’altra temiamo di non risultare originali, di sentirci dare delle brutte copie di qualcuno o peggio di scendere a compromessi per piacere alle persone (il che sarebbe un grave abisso). Approfittiamo di ricordarvi che “Braccioli”, insieme con “Lucciole” e “Mia cara iena”, gli ultimi tre pezzi registrati, li potete ascoltare su SoundCloud semplicemente scrivendoci e chiedendoci il link.

FB: i dischi di Anita

IG: @idischidianita

Mail: idischidianita@gmail.com

Dopo la vostra partecipazione al contest organizzato dai nostri amici di Fuori del Guscio, quali saranno i prossimi appuntamenti a cui non possiamo mancare?

L’evento che ci rende più entusiasti è quello del 10 luglio al Fool Festival (Morrovalle), che stimiamo molto per le sue eccezionali line up, insieme agli altri gruppi finalisti dello SpringFool; sarà bello e soprattutto suoneremo un pezzo nuovo, mai fatto prima, quindi vi consigliamo di non mancare. Poi nella seconda metà di agosto (data da definire) allo Chalet la Bussola di Civitanova, ci saranno le finali del contest di Fuori dal Guscio. Per ora questo è il nostro programma per l’estate ma non è escluso che si aggiungano altre date, quindi se volete rimanere aggiornati siete invitati a seguirci sui nostri Social (Facebook e Instagram).

 

di Monica Bottaluscio

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