Anche meno, puntata di giovedì 25 ottobre 2018

Filippo Bubbico è il primo artista che vi presentiamo per la rubrica delle interviste fatte in occasione del nostro programma radio “Anche meno”. Di lui non vogliamo anticiparvi molto, perché dall’intervista che segue potrete capire la grande motivazione e il duro lavoro che questo ragazzo sta conducendo per realizzare il suo sogno all’interno di una scena musicale fatta di grandi ispirazioni e contaminazioni diverse.

 

Filippo, come stai? Di dove sei?

Io sono di Lecce, anche se in questo momento vi parlo da Padova. Vivo a Lecce da un annetto; sono tornato da Bologna un annetto fa, ho studiato lì per quattro anni. Sono a Padova per un concerto di alcuni amici che hanno un gruppo. Sono salito a Bologna perché dopodomani devo essere a Parma per motivi extra-musicali e oggi ne ho approfittato per venire a Padova da questi amici.

Filippo è uscito con il suo primo lavoro discografico che è “Sun Village”, che abbiamo avuto modo di scoprire. Da dove nasce questo progetto musicale, da dove nasce Filippo?

L’idea di fare un disco è nata quando un anno e mezzo fa, più o meno, mi sono reso conto di avere una serie di brani e del materiale musicale fortemente omogeneo. Io scrivevo musica da tantissimo tempo, ma non ero mai riuscito a chiudere l’idea di un lavoro discografico. Poi un anno e mezzo fa guardavo dei progetti di logic al mio computer e ho visto che c’era questo materiale che mi piaceva e che rappresentava un paesaggio sonoro a mio parere abbastanza omogeneo, appunto. Allora mi son detto “va bene, da qua si può partire con l’idea di lavoro discografico”. E da lì nasce un po’ tutto il lavoro, che è durato più o meno un anno e mezzo.

Poi hai scelto di chiamarlo “Sun Village”. Come mai questo nome per il tuo album?

In realtà, è abbastanza scontato. “Sun Village” è un quartiere in campagna: ci sono due stradine vicino Lecce che sono nel quartiere dove risiede casa mia, chiamato “Quartiere del Sole”. Sono appunto due stradine di campagna, a quattro chilometri dal mare, a cinque dalla città; il posto dove ho casa, lo studio e dove lavoro. Poi nella ricerca e nei tentativi di trovare un nome al disco, ci ho creduto in una serata a casa in nullafacenza con gli amici: mentre ragionavamo è venuto fuori.

“Sun Village” poi è un nome che ti apre la mente, sembri proiettato verso chissà che cosa, sembri veramente in mezzo ad uno spazio apertissimo.

Il contrasto che ne è venuto fuori è stato proprio il motivo per cui alla fine ho scelto questo nome. Dava l’idea di apertura mentale, nonostante mi abbiano detto che il disco ha delle sonorità molto cupe e per alcune persone l’impatto emotivo è, appunto, quello di un sound cupo, mentre il nome crea questo contrasto. Il nome mi piaceva perché era rappresentativo del posto in cui ho creato quasi tutto. Ci stava.

Nel disco ci sono solamente tre brani in lingua italiana: sono “Jb”, “Hug” e “MeTeora”. Perché scrivi prettamente in inglese, è una scelta?

Scrivere in inglese è in un certo senso anche più facile. Nulla è stato pensato a tavolino, a partire dall’idea di fare un disco che, ripeto, è venuto abbastanza spontaneamente, quando mi sono reso conto di avere questi brani. Esattamente come lo scrivere i testi: alcuni, tra le altre cose, scritti da Carolina, mia sorella, mentre i restanti li ho scritti io, più Twin Peaks, scritto da Vincenzo Destradis, il cantante del gruppo che suona qui a Padova questa sera. Diciamo che dal mio punto di vista quel genere lì richiede molta più ricerca nel testo, se lo si dovesse fare in italiano, mentre con l’inglese puoi dire molte più cose con parole molto più corte e frasi più corte. In realtà, quella di fare testi in italiano è semplicemente una sfida più ardua dal mio punto di vista. È possibile fare dei bei testi in italiano, ma è semplicemente più difficile. Per esempio, Jb è un pezzo che ho scritto nel 2011: lì è venuto in italiano e così è rimasto. Così come “Hug”.

Ci sarà poi una canzone che in “Sun Village” ti è rimasta un po’ più attaccata, che senti un po’ più tua.

“Dreaming”, il terzo singolo è quello che ho scritto mentre mixavo il disco. Non era nella tracklist del disco, però nella fase di mastering mi stavo avviando a scrivere cose nuove, tanto per cambiare, e mi erano usciti questi tre pezzi di cui uno era questo qui. Mi son detto “qua è inutile aspettare un secondo disco, lo metto direttamente nel nuovo”, anche perché mi dava la sensazione di novità, di un brano che non avevo sentito e risentito, mixandolo. Mi ha dato subito l’impatto di freschezza. Ora come ora mi suona di più, ma sono affezionato a tutti i brani.

Ricordaci i tuoi social dove possiamo trovarti.

Sono uno strumento di marketing, mi verrebbe da dire. Mi trovate su tutti i digital stores, poi su Bandcamp, Facebook, Instagram. Google mi è avversario a causa di un omonimo, un politico.

Noi intanto ci ascoltiamo “Dreaming”. Ciao Filippo, grazie!

 

articolo a cura dello staff di “Anche Meno” / Staradio

foto di Ilenia Tesoro

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