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Fantasma, una recensione.

Il tempo, questo terribile mostro che spaventa l’uomo, lo mette al mondo, lo costringe a vivere seguendo i piani immutabili del destino e taglia poi quel capello vitale che lo lega alla terra. Il tempo, scandito a ritmo dei lenti granelli di sabbia che si separano l’un l’altro, attraversano soli lo stretto stomaco di una clessidra, e cadono nell’abisso, insieme ad altrettanti compagni senza vita, che si rianimano quando le sorti del mondo sono ribaltate da un semplice movimento di polso. Il tempo, così distante eppure così concreto che l’uomo, per averne meno paura, lo chiama passato, presente, futuro, gli dà una veste più comprensibile.

Anche i Baustelle ce ne parlano. Gli dedicano addirittura un album intero, un concept album, per l’appunto, Fantasma. Abbracciano le paure umane, cercano di capirle, le trasformano in poesia e le riconsegnano più belle all’uomo. Fantasma è, infatti, un album complesso che si compone di diciannove tracce e segue un percorso ad anello, che scandisce un’idea ciclica del tempo: si apre con dei titoli di testa, per concludersi con quelli paralleli di coda, come in un film che ha un inizio, uno sviluppo e una tragica fine.

Fantasma (2013 – Warner Atlantic) parla anche della morte sì, perché il tempo inevitabilmente significa anche questo. La morte, tuttavia, annienta sé stessa, muore per dare spazio all’amore: non esiste più, non parla più, non vende più. Da qui un meraviglioso richiamo leopardiano alla ginestra che nasce sul calore della nera pietra lavica e la sconfigge, a indicare l’amore che tutto può. Non a caso, la successiva traccia strumentale prende proprio il titolo di Nessuno muore.

Futuro è, invece, colonna sonora de I corpi estranei. Il titolo mette in chiaro il protagonista del brano, spiegandone il duplice comportamento, tuttavia coerente: da una parte c’è l’agire costruttivo del futuro che cementifica ciò che ha logica di resistere, la vita possibile; dall’altra desertifica ciò che non ha possibilità di sopravvivenza, ovvero la vita ipotetica, priva di logico fondamento. Il futuro si comporta qui come un invincibile mostro o eroe: rende piccolo il passato (ciò che siamo stati non saremo più), lo priva del suo significato.

In Maya colpisce ancora, ritorna il tema del futuro, ma questa volta contrapposto al suo passato: la ricerca del passato e le speranze nel futuro. È un brano sulla fine dell’età umana, sull’estinzione della razza umana (richiamando un’altra traccia del concept album), tema così tragico che contrasta spaventosamente con la base musicale allegra e ritmata.

Del presente, invece, parla Diorama, termine che, secondo la magistrale Treccani, indica uno strumento del 1822, creato per ottenere effetti tridimensionali nella rappresentazione di luoghi, persone e oggetti, mediante una serie di teloni trasparenti disposti verticalmente a diverse distanze reciproche e opportunamente illuminati da fonti di luce nascoste allo spettatore. Di fatto, ciò che ne risulta è la forte impressione realistica di panorami di cui vengono esaltati gli effetti prospettici. La canzone parla, appunto, del presente dove non c’è prima e non c’è poi; il tempo è benefico perché non ci può far male, dà l’illusione dell’immortalità, che si ritrova in un presente che non muore mai, che abita i luoghi magici del diorama.

Altro brano che merita particolare attenzione, oltre a Monumentale, un chiaro richiamo alla poesia foscoliana e sepolcrale, è Radioattività, da cui emerge l’idea di un tempo sospeso, sottolineata da termini come spazio siderale e aldilà. Il brano è musicalmente spoglio per dare risalto alla voce femminile ed elegante di Rachele Bastreghi che accompagna dolcemente una prospettiva che, da distante e universale, si fa particolare fino a depositarsi sull’individuale dolore umano.

Insomma, al tempo nessuno sfugge, ma i Baustelle, nella parentesi del loro concept album, danno all’uomo l’illusione così realistica che, in realtà, tutto ciò sia possibile.

Nessuno muore.

Monica

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