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Mi sentivo depressa, apatica e piena di belle fantasie infrante.

Sono sincera. Non conoscevo Sylvia Plath fino alla scorsa estate, quando Elisa me l’ha presentata suggerendomi caldamente la lettura dei suoi diari, impaginati con una copertina rossa accattivante e l’immagine di lei sorridente sotto il sole. Trovare il libro sotto i miei occhi nella mia libreria preferita è stato l’importante segnale che quella volta dovevo acquistarlo. E così, un bicchiere di Sangiovese in una mano e i diari nell’altra, mi sono avventurata nel piccolo grande mondo di Sylvia.

I diari sono, a mio parere, l’importante premessa per avvicinarsi al mondo della Plath. Sono l’intima e sincera confessione di una vita complessa, segnata drammaticamente dal tentativo di un suicidio e dalle conseguenti sedute di elettroshock. Sylvia cerca dentro di sé e nel mondo che la circonda una risposta a tanti quesiti su come funzioni il meccanismo atroce di una realtà fatta di tante sottigliezze e imprevisti. Una risposta, parziale, deriva dal suo attaccamento alla scrittura. Sylvia ne lacera ogni veste poetica di scrittura intesa come puro coinvolgimento, che deriva da un’ispirazione superiore, e la intende, piuttosto, come lavoro a tavolino che va calibrato in ogni suo aspetto. Quella dei diari può essere, infatti, definita in molte sue parti come una meta-scrittura, una scrittura, cioè, che parla della scrittura di altri testi, come “La campana di vetro”, romanzo semi-biografico edito per la prima volta nel 1963. Esso ripercorre la storia di Esther, giovane ragazza che lavora come giornalista presso il Ladies’ Day, rivista femminile di moda. Possiamo definire il testo come un romanzo di formazione, in quanto si ripercorrono alcuni momenti cruciali della crescita della ragazza, che la portano a diventare donna. Tra questi, la scelta di un uomo e il complicato rapporto con la vita matrimoniale, ma anche la rinuncia ad alcune strade esistenziali per imboccarne altre – la simbologia dell’albero di fico, dove ogni frutto è una possibilità che può essere colta e che marcisce con il passare del tempo. Da brividi è, inoltre, la drammatica descrizione che Esther-Sylvia fa degli effetti dell’elettroshock sulle persone:

le sagome intorno a me non erano persone, bensì manichini, dipinti in modo da assomigliare a persone e atteggiati in gesti che imitavano la vita

nonché l’accurata descrizione delle fasi preparatorie al tentativo di suicidio, dalle quali emerge l’istinto naturale dell’uomo alla vita. Insomma, “La campana di vetro” non è un libro che consiglierei a chiunque: deve essere letto con una certa preparazione mentale e psicologica che possano accompagnarne la lettura, rendendola un importante spunto di critica sociale, di riflessione ed arricchimento personali. La Plath, infatti, da ciò che ho potuto notare, è una scrittrice schietta, che non addolcisce lo sciroppo con un cucchiaino di miele. Piuttosto, racconta i fatti per ciò che sono e non si nasconde dietro veli di ipocrita bonarietà.

Ciò che conserverò di questo romanzo sarà soprattutto quella certezza che Esther ha del proprio essere, della propria anima, che la guiderà anche nelle più drammatiche situazioni.

Io sono io sono io sono.

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